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Sabato, 8 Novembre : 2008 BORIS BIANCHERI, La Stampa
Pronto, parla Barack
Dobbiamo abituarci all’idea che, almeno per qualche mese, se non più, ogni cosa che Obama dica o faccia, o qualunque cosa si faccia o si dica di lui, finirà nella prima pagina di ogni giornale del mondo e nell’apertura di ogni notiziario televisivo. Non si è ancora calmato il chiasso suscitato dalla poco felice battuta di Berlusconi su un nuovo presidente americano giovane, bello e abbronzato (poco felice, a mio avviso, non tanto per le reazioni che può aver suscitato in America quanto per il baccano che era fatalmente destinata a suscitare in Italia) ed ecco che le telefonate fatte da Obama a vari leader mondiali tra mercoledì e giovedì danno luogo a mille congetture e maldicenze.
I primi sono stati i francesi ad annunciare che Obama aveva avuto un colloquio attorno a mezzanotte con il presidente Sarkozy. Poi si sono susseguiti i vari portavoce: anche la signora Merkel ha ricevuto una telefonata, si affrettano a dire a Berlino; e anche Gordon Brown, aggiungono da Londra. Veniamo a sapere così, man mano che il fuso orario lo permette, che Obama ha telefonato ai leader di Francia, Germania, Gran Bretagna, Israele, Giappone, Corea, Canada, Messico e Australia.
La Casa Bianca lo conferma e aggiunge, come per rassicurare gli assenti, che il neo-eletto presidente americano si riserva di incontrare altre personalità in occasione del vertice del G20 il 15 novembre.
Quale criterio ha seguito Obama con le sue telefonate? Evidentemente non ama le formule standard. Non ha incluso infatti tutti i Paesi del G8 e ha lasciato fuori la Russia e, sino a ieri sera, anche l’Italia. In Europa, ha dato la priorità al classico terzetto che, per esempio, conduce il dialogo con l’Iran, di Francia, Germania e Gran Bretagna. L’Italia - rassegniamoci - sta un gradino più sotto e non avrà contribuito ad alzarne le quotazioni presso Obama il fatto che il nostro presidente del Consiglio si trovasse a Mosca proprio nel giorno del suo trionfo, quasi nello stesso tempo in cui Medvedev pronunciava un discorso sullo stato della Federazione Russa e sulla sua politica estera, molto duro nei confronti dell’America e carico di minacce.
Dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Obama ha lasciato fuori la Russia e non si è affrettato a chiamare Pechino. E questo è più inatteso, data la statura che ha oggi il grande Paese asiatico nei rapporti internazionali. Ma ricordiamoci che una politica di collaborazione con la Cina, da Nixon a George Bush, è stata inventata e perseguita soprattutto da parte repubblicana. Ha telefonato invece in Giappone, cosa naturale data l’importanza dei rapporti nippo-americani sia in campo strategico che in campo commerciale e finanziario, e vi ha associato la Corea, cosa che ci induce a riflettere una volta di più sullo straordinario progresso compiuto negli ultimi due decenni da questo Paese che molti sono abituati a considerare ancora come una promessa mentre supera, per prodotto interno e peso nel commercio internazionale, molti grandi Paesi europei.
Obama ha incluso, tra le sue, una telefonata a Shimon Peres: non ricordare Israele sarebbe stato una gaffe imperdonabile sul piano interno e si sarebbe prestato a pericolose interpretazioni su quello internazionale. Ha anche incluso saggiamente i due Paesi con cui gli Stati Uniti confinano, il Messico e il Canada, e l’anglofona Australia, con cui condivide nell’Oceano Pacifico notevoli interessi e che vi esercita un importante ruolo di equilibrio. Non risulta abbia telefonato in India e neppure in Brasile, ricordando forse che, quando Clinton citò una volta alcuni Paesi sudamericani tra i maggiori amici dell’America, sollevò in altri un putiferio.
Forse a questa lista, mentre scriviamo, si sono aggiunti altri Paesi. Forse non conviene darvi, comunque, più importanza di quanta ne meriti. Ci dice in ogni caso che Obama non si assoggetta volentieri a delle regole, né a quelle del protocollo né a quelle della politica estera istituzionalizzata. La quale, anche nella sua concezione del mondo, come in molte altre cose, è portatrice di qualche novità.
I primi sono stati i francesi ad annunciare che Obama aveva avuto un colloquio attorno a mezzanotte con il presidente Sarkozy. Poi si sono susseguiti i vari portavoce: anche la signora Merkel ha ricevuto una telefonata, si affrettano a dire a Berlino; e anche Gordon Brown, aggiungono da Londra. Veniamo a sapere così, man mano che il fuso orario lo permette, che Obama ha telefonato ai leader di Francia, Germania, Gran Bretagna, Israele, Giappone, Corea, Canada, Messico e Australia.
La Casa Bianca lo conferma e aggiunge, come per rassicurare gli assenti, che il neo-eletto presidente americano si riserva di incontrare altre personalità in occasione del vertice del G20 il 15 novembre.
Quale criterio ha seguito Obama con le sue telefonate? Evidentemente non ama le formule standard. Non ha incluso infatti tutti i Paesi del G8 e ha lasciato fuori la Russia e, sino a ieri sera, anche l’Italia. In Europa, ha dato la priorità al classico terzetto che, per esempio, conduce il dialogo con l’Iran, di Francia, Germania e Gran Bretagna. L’Italia - rassegniamoci - sta un gradino più sotto e non avrà contribuito ad alzarne le quotazioni presso Obama il fatto che il nostro presidente del Consiglio si trovasse a Mosca proprio nel giorno del suo trionfo, quasi nello stesso tempo in cui Medvedev pronunciava un discorso sullo stato della Federazione Russa e sulla sua politica estera, molto duro nei confronti dell’America e carico di minacce.
Dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Obama ha lasciato fuori la Russia e non si è affrettato a chiamare Pechino. E questo è più inatteso, data la statura che ha oggi il grande Paese asiatico nei rapporti internazionali. Ma ricordiamoci che una politica di collaborazione con la Cina, da Nixon a George Bush, è stata inventata e perseguita soprattutto da parte repubblicana. Ha telefonato invece in Giappone, cosa naturale data l’importanza dei rapporti nippo-americani sia in campo strategico che in campo commerciale e finanziario, e vi ha associato la Corea, cosa che ci induce a riflettere una volta di più sullo straordinario progresso compiuto negli ultimi due decenni da questo Paese che molti sono abituati a considerare ancora come una promessa mentre supera, per prodotto interno e peso nel commercio internazionale, molti grandi Paesi europei.
Obama ha incluso, tra le sue, una telefonata a Shimon Peres: non ricordare Israele sarebbe stato una gaffe imperdonabile sul piano interno e si sarebbe prestato a pericolose interpretazioni su quello internazionale. Ha anche incluso saggiamente i due Paesi con cui gli Stati Uniti confinano, il Messico e il Canada, e l’anglofona Australia, con cui condivide nell’Oceano Pacifico notevoli interessi e che vi esercita un importante ruolo di equilibrio. Non risulta abbia telefonato in India e neppure in Brasile, ricordando forse che, quando Clinton citò una volta alcuni Paesi sudamericani tra i maggiori amici dell’America, sollevò in altri un putiferio.
Forse a questa lista, mentre scriviamo, si sono aggiunti altri Paesi. Forse non conviene darvi, comunque, più importanza di quanta ne meriti. Ci dice in ogni caso che Obama non si assoggetta volentieri a delle regole, né a quelle del protocollo né a quelle della politica estera istituzionalizzata. La quale, anche nella sua concezione del mondo, come in molte altre cose, è portatrice di qualche novità.
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