Campionato Italiano Pesi Leggeri
Mercoledi 30 Aprile '08
Niro pari stretto con Chiofalo, resta campione. Serata con tanti ko
Piacenza ha dato l’ennesima conferma di essere una piazza che non tradisce. Non solo, ha dimostrato una maturità esemplare, non trascendendo neppure quando il confermato campione italiano dei leggeri Giovanni Niro (14+ 0- 2= 1 nc), al termine dell’incontro con Max Chiofalo, ha esagerato nello sfidare il pubblico con gesti che poteva evitare. Eppure il grossetano d’adozione, messinese di nascita, dovrebbe toccarsi i gomiti, come si dice, avendo ancora una volta salvato il titolo con un verdetto che, se non scandaloso, lo ha favorito. Parliamo di un punto, questo il mio cartellino, ma non l’unico, che assommate alle precedenti difese, non può certo definirsi un dominio. Pari contro Marsili, no contest nel primo confronto con Chiofalo, altro pari nella riprova. Ancora deve festeggiare una difesa vittoriosa. Ci poniamo una domanda: per conquistare un titolo italiano devi stravincere (almeno due punti), come imponeva una sigla mondiale anni addietro?
Questa è l’impressione riportata. Il giudice De Ruvo ha assegnato l’ultimo round a Niro, convinto di essere nel giusto. Ho rivisto diverse volte in registrazione la ripresa e nella foga nessuno dei due pugili ha colpito l’avversario in modo pulito. Una ripresa che non poteva avere un vincitore. Eppure il commento del giudice sul round in questione è stata: “Voi la vedete con cuore”. Già, ma c’è anche chi la vede sbagliata, ed è molto peggio. Per la cronaca il verdetto del giudice milanese è stato di 95-95, splendidamente salomonico. Magnetti (98-96) per Chiofalo e Paolucci (95-96) su sponde opposte, dando un vincitore.
Il match ha offerto il tema tattico annunciato, col campione che aspettava gli attacchi di Chiofalo per contrarlo. Una prima parte equilibrata, dovuta alla modestia tecnica di entrambi, incapaci di dare l’impronta alla propria personalità pugilistica. Nella pancia del match, prevalenza di Niro che metteva in pratica i consigli dell’angolo, che lo indirizzavano diligentemente, anche se non era facile. Niro ha combattuto ferito ad entrambe le arcate sia pure in modo lieve, per colpi e non testate, confermando una fragilità preoccupante. Chiariamo che i vantaggi risultavano molto risicati, quindi opinabili. Dalla settima il lento recupero di Chiofalo a sua volta condizionato da una lussazione al pollice destro, che lo ha tormentato per oltre metà incontro. All’ottavo round la situazione appariva in perfetto equilibrio. Il non tempo esprimeva il round più bello per lo sfidante e quindi il margine passava dalla parte di Chiofalo. L’ultimo gong lo abbiamo già detto, non indicava vantaggi ma una parità dovuta alla stanchezza. Evidentemente, non basta un punto per diventare campione d’Italia. Anche se, lo ripetiamo, non è stato un verdetto scandaloso. Semplicemente e coerentemente, esprimo la mia opinione, rispettando le altrui.
Mario Loreni aveva preparato un cartellone robusto e tutti i confronti hanno mantenuto le promesse. Perfino i dilettanti sono piaciuti e non poco. Vedere all’opera Max Avosani, 16 anni dell’ABC Cremona, allievo dello zio Luca e Martin Velkan, 17 anni, nato in Svezia, da 8 anni in Italia, genitori macedoni e lui in attesa del passaporto italiano, gioiellino della Salus e Virtus di Mosconi e Alberti, un vero godimento. I due hanno offerto lo spettacolo tecnicamente migliore in assoluto. Due stili diversi: rimessista naturale, colpi da manuale sopra e sotto, gioco di gambe eccezionale come biglietto da visita di Max. Sull’altro fronte, un macinatore infaticabile e perfetto nella tattica di colpire con traiettorie interne e saper chiudere il rivale all’angolo e tempestarlo con serie infinite. Quattro round con il primo di tre minuti! Alla fine pareggio e qualche mugugno, molto lieve, di Martin. Era il loro quarto confronto (3 pari e un successo di Max) ma non c’è il rischio di noia. Semmai da filmare e farlo vedere nelle scuole per confermare che la boxe è davvero una nobile arte.
Chi non ha consentito il verdetto ai punti è stata la comasca Laura Tavecchio (3+) tornata a combattere dopo sette mesi di silenzio. Il passaggio di scuderia le ha portato nuovo entusiasmo e la vittoria alla Tyson, quello prima maniera, ha confermato che se inciampi sul suo destro difficilmente resti in piedi. Lo ha scoperto amaramente la serba Suzana Radovanovic (0+5-), più pesante di quasi due kg., passata indenne contro Emy Pantani e la belga Natalie Toro, entrambe sul tetto d’Europa. La bionda slava aveva iniziato bene, cercando di anticipare la più alta rivale, molto tesa in avvio, pagando la ruggine di troppo tempo senza il combattimento. Sul finire le braccia della lariana iniziavano a stantuffare in avanti e al secondo round il primo destro centrava la mascella di Suzana che si ritrova col culetto sul tappeto. Sorpresa e sconcentrata per un fatto inedito, mai sopportato prima. Il tempo di rialzarsi, cercare la replica e dopo aver assorbito un altro destro, alla replica subiva il secondo atterramento, stavolta più devastante, visto che le gambe apparivano malferme e giustamente l’arbitro De Ruvo, fermava l’ormai impari lotta. Un grande applauso completava il successo di questa longilinea che ha nel destro nitroglicerina. Come confermava Stefania Bianchini, ospite a Piacenza, che il 21 giugno a Palazzolo sull’Oglio (Bs) tornerà sul ring, ben lungi dalla resa: “Quando mi alleno con Laura, a parte il peso diverso, quel destro è da evitare accuratamente. E’ una vera mattonata”. Questo lo diceva prima del match. La Radovanovic dava una versione da incorniciare: “Colpisce come un uomo”. Senza commenti.
Un altro rientro, quello di Simone Rotolo (28+3-) da supewelter, edizione patinata. Ha dato dimostrazione di sapienza pugilistica contro il serbo Mugurel Sebe (11+ 44-2=) abile mestierante, salito sul ring deciso a finire ai punti. Ha mantenuto l’autopromessa, evitando ogni rischio, disputando sei round spesso chiuso a testuggine, lasciando tutta la fatica a Rotolo che ha mostrato una condizione già buona, oltre che uno spirito combattivo che lascia bene sperare nel futuro di questo bolognese baciato al talento. Che, a 31 anni, vuole raggiungere quello che ha mancato nei medi. Può farcela, dipende solo da lui.
Altro demolitore che sotto le cure di Bugada senior sta mettendo a posto le coordinate tecniche per mettere a frutto capacità offensive notevoli. Il lecchese ha rotto le difese di Mammoliti (1+1-1=) un lungagnone che aveva le idee per frenare gli assalti di Marasco, ma non poteva metterle in pratica per una inferiorità fisica lampante. Due riprese e Luca incamerava il quinto successo a fila. Ma Loreni lo vuole tra i leggeri, perché i centimetri d’altezza sono da 60 kg e non da 64. Marasco ha promesso di farcela.
Due debutti tra i “prize”. Il massimo emiliano Gianluca Mandras (1+) dopo un avvio soporifero, tipico dei diesel, ha cominciato a scaldare il motore, cambiando la rotta di un confronto che sembrava orientato ad un tranquillo percorso con Anton Simeonov (0+2-) più alto e discretamente attivo. Questo fino al terzo tempo, quando il brevilineo che aveva all’angolo il vivacissimo Zennoni, un maestro che sa trasmettere entusiasmo, faceva scattare un destro preciso al mento del serbo che cadeva al tappeto incapace di rialzarsi dopo l’out. A conferma che Mandras pizzica. Anche se deve migliorare in molti aspetti tecnici e forse scendere nei cruiser.
Erano numerosi i fans di Cristian Marchetti, il pupillo dell’ABC Cremona, che ha tolto la maglietta per un cammino più soddisfacente. Il battesimo del ring contro Mile Nikolic (0-2+) è stato brillante nel risultato, ma non facilissimo nel percorso. L’atleta di Popovic, contrariamente ai soliti collaudatori, voleva vincere e lo ha dimostrato fino al momento della resa, scambiando alla pari e prendendo anche l’iniziativa. Cristian appariva teso, sentiva il debutto, non riusciva a mettere a frutto i consigli di Avosani. Per i primi sei minuti. Poi le qualità del cremonese sono uscite e pur pagando alcune ingenuità metteva a frutto quei fondamentali ormai memorizzati. In particolare il montante al fegato, insistente e preciso. La botta sinistra ha proseguito il martellamento fino al terzo round. Quando il povero fegato di Nikolic ha rifiutato l’ennesima pugnalata, costringendo il serbo alla resa, incapace di muoversi. Una bella affermazione, il primo passo per quel cammino che dovrà portarlo a tempi non troppo lunghi sul tetto d’Italia e poi oltre. Probabilmente nei supermedi. E’ tutto e non è poco.
Questa è l’impressione riportata. Il giudice De Ruvo ha assegnato l’ultimo round a Niro, convinto di essere nel giusto. Ho rivisto diverse volte in registrazione la ripresa e nella foga nessuno dei due pugili ha colpito l’avversario in modo pulito. Una ripresa che non poteva avere un vincitore. Eppure il commento del giudice sul round in questione è stata: “Voi la vedete con cuore”. Già, ma c’è anche chi la vede sbagliata, ed è molto peggio. Per la cronaca il verdetto del giudice milanese è stato di 95-95, splendidamente salomonico. Magnetti (98-96) per Chiofalo e Paolucci (95-96) su sponde opposte, dando un vincitore.
Il match ha offerto il tema tattico annunciato, col campione che aspettava gli attacchi di Chiofalo per contrarlo. Una prima parte equilibrata, dovuta alla modestia tecnica di entrambi, incapaci di dare l’impronta alla propria personalità pugilistica. Nella pancia del match, prevalenza di Niro che metteva in pratica i consigli dell’angolo, che lo indirizzavano diligentemente, anche se non era facile. Niro ha combattuto ferito ad entrambe le arcate sia pure in modo lieve, per colpi e non testate, confermando una fragilità preoccupante. Chiariamo che i vantaggi risultavano molto risicati, quindi opinabili. Dalla settima il lento recupero di Chiofalo a sua volta condizionato da una lussazione al pollice destro, che lo ha tormentato per oltre metà incontro. All’ottavo round la situazione appariva in perfetto equilibrio. Il non tempo esprimeva il round più bello per lo sfidante e quindi il margine passava dalla parte di Chiofalo. L’ultimo gong lo abbiamo già detto, non indicava vantaggi ma una parità dovuta alla stanchezza. Evidentemente, non basta un punto per diventare campione d’Italia. Anche se, lo ripetiamo, non è stato un verdetto scandaloso. Semplicemente e coerentemente, esprimo la mia opinione, rispettando le altrui.
Mario Loreni aveva preparato un cartellone robusto e tutti i confronti hanno mantenuto le promesse. Perfino i dilettanti sono piaciuti e non poco. Vedere all’opera Max Avosani, 16 anni dell’ABC Cremona, allievo dello zio Luca e Martin Velkan, 17 anni, nato in Svezia, da 8 anni in Italia, genitori macedoni e lui in attesa del passaporto italiano, gioiellino della Salus e Virtus di Mosconi e Alberti, un vero godimento. I due hanno offerto lo spettacolo tecnicamente migliore in assoluto. Due stili diversi: rimessista naturale, colpi da manuale sopra e sotto, gioco di gambe eccezionale come biglietto da visita di Max. Sull’altro fronte, un macinatore infaticabile e perfetto nella tattica di colpire con traiettorie interne e saper chiudere il rivale all’angolo e tempestarlo con serie infinite. Quattro round con il primo di tre minuti! Alla fine pareggio e qualche mugugno, molto lieve, di Martin. Era il loro quarto confronto (3 pari e un successo di Max) ma non c’è il rischio di noia. Semmai da filmare e farlo vedere nelle scuole per confermare che la boxe è davvero una nobile arte.
Chi non ha consentito il verdetto ai punti è stata la comasca Laura Tavecchio (3+) tornata a combattere dopo sette mesi di silenzio. Il passaggio di scuderia le ha portato nuovo entusiasmo e la vittoria alla Tyson, quello prima maniera, ha confermato che se inciampi sul suo destro difficilmente resti in piedi. Lo ha scoperto amaramente la serba Suzana Radovanovic (0+5-), più pesante di quasi due kg., passata indenne contro Emy Pantani e la belga Natalie Toro, entrambe sul tetto d’Europa. La bionda slava aveva iniziato bene, cercando di anticipare la più alta rivale, molto tesa in avvio, pagando la ruggine di troppo tempo senza il combattimento. Sul finire le braccia della lariana iniziavano a stantuffare in avanti e al secondo round il primo destro centrava la mascella di Suzana che si ritrova col culetto sul tappeto. Sorpresa e sconcentrata per un fatto inedito, mai sopportato prima. Il tempo di rialzarsi, cercare la replica e dopo aver assorbito un altro destro, alla replica subiva il secondo atterramento, stavolta più devastante, visto che le gambe apparivano malferme e giustamente l’arbitro De Ruvo, fermava l’ormai impari lotta. Un grande applauso completava il successo di questa longilinea che ha nel destro nitroglicerina. Come confermava Stefania Bianchini, ospite a Piacenza, che il 21 giugno a Palazzolo sull’Oglio (Bs) tornerà sul ring, ben lungi dalla resa: “Quando mi alleno con Laura, a parte il peso diverso, quel destro è da evitare accuratamente. E’ una vera mattonata”. Questo lo diceva prima del match. La Radovanovic dava una versione da incorniciare: “Colpisce come un uomo”. Senza commenti.
Un altro rientro, quello di Simone Rotolo (28+3-) da supewelter, edizione patinata. Ha dato dimostrazione di sapienza pugilistica contro il serbo Mugurel Sebe (11+ 44-2=) abile mestierante, salito sul ring deciso a finire ai punti. Ha mantenuto l’autopromessa, evitando ogni rischio, disputando sei round spesso chiuso a testuggine, lasciando tutta la fatica a Rotolo che ha mostrato una condizione già buona, oltre che uno spirito combattivo che lascia bene sperare nel futuro di questo bolognese baciato al talento. Che, a 31 anni, vuole raggiungere quello che ha mancato nei medi. Può farcela, dipende solo da lui.
Altro demolitore che sotto le cure di Bugada senior sta mettendo a posto le coordinate tecniche per mettere a frutto capacità offensive notevoli. Il lecchese ha rotto le difese di Mammoliti (1+1-1=) un lungagnone che aveva le idee per frenare gli assalti di Marasco, ma non poteva metterle in pratica per una inferiorità fisica lampante. Due riprese e Luca incamerava il quinto successo a fila. Ma Loreni lo vuole tra i leggeri, perché i centimetri d’altezza sono da 60 kg e non da 64. Marasco ha promesso di farcela.
Due debutti tra i “prize”. Il massimo emiliano Gianluca Mandras (1+) dopo un avvio soporifero, tipico dei diesel, ha cominciato a scaldare il motore, cambiando la rotta di un confronto che sembrava orientato ad un tranquillo percorso con Anton Simeonov (0+2-) più alto e discretamente attivo. Questo fino al terzo tempo, quando il brevilineo che aveva all’angolo il vivacissimo Zennoni, un maestro che sa trasmettere entusiasmo, faceva scattare un destro preciso al mento del serbo che cadeva al tappeto incapace di rialzarsi dopo l’out. A conferma che Mandras pizzica. Anche se deve migliorare in molti aspetti tecnici e forse scendere nei cruiser.
Erano numerosi i fans di Cristian Marchetti, il pupillo dell’ABC Cremona, che ha tolto la maglietta per un cammino più soddisfacente. Il battesimo del ring contro Mile Nikolic (0-2+) è stato brillante nel risultato, ma non facilissimo nel percorso. L’atleta di Popovic, contrariamente ai soliti collaudatori, voleva vincere e lo ha dimostrato fino al momento della resa, scambiando alla pari e prendendo anche l’iniziativa. Cristian appariva teso, sentiva il debutto, non riusciva a mettere a frutto i consigli di Avosani. Per i primi sei minuti. Poi le qualità del cremonese sono uscite e pur pagando alcune ingenuità metteva a frutto quei fondamentali ormai memorizzati. In particolare il montante al fegato, insistente e preciso. La botta sinistra ha proseguito il martellamento fino al terzo round. Quando il povero fegato di Nikolic ha rifiutato l’ennesima pugnalata, costringendo il serbo alla resa, incapace di muoversi. Una bella affermazione, il primo passo per quel cammino che dovrà portarlo a tempi non troppo lunghi sul tetto d’Italia e poi oltre. Probabilmente nei supermedi. E’ tutto e non è poco.
di Giuliano Orlando
Per gentile concessione di MONDOBOXE
















