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Crisi del Governo:Gli sviluppi dal 22 Gen. 08 - agg.to cont.
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Lunedì, 4 Febbraio : 2008  21:29

MARINI NON CE LA FA, SI VA VERSO ELEZIONI


di Chiara Scalise

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ROMA - L'esploratore Franco Marini non ce la fa e le elezioni si avvicinano a passo di carica. Il presidente del Senato sale al Colle nel tardo pomeriggio, dopo la chiusura ufficiale delle consultazioni, e rimette il mandato ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano mercoledì scorso. Che la partita sia persa lo si capisce definitivamente ascoltando in mattinata le parole di Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. An e Fi non si smuovono dalla posizione iniziale, chiedono il voto subito. Il dialogo? Rimandato a dopo il verdetto delle urne.

A Veltroni dunque non resta che prepararsi alla campagna elettorale. "Un'occasione persa", commenta intravedendo lo sbocco inevitabile della crisi. Il giorno della verità è arrivato ed è andato secondo le previsioni: la maggioranza per riformare la legge elettorale non c'é. Non quella politica, l'unica che avrebbe accettato Franco Marini. A governicchi era, ha sempre detto e ridetto, indisponibile. La convinzione che uno spiraglio per un'intesa, seppur a tempo, ci potesse essere è durata in realtà una manciata di ore, da venerdì sera a sabato mattina. A far tornare il barometro verso il nuvolo sono state le parole del leader di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo che, uscendo dallo studio del presidente di Palazzo Madama, ha inviato un messaggio chiaro: senza un accordo, non resta che andare al voto. Una presa di posizione che ha reso molto più complessa, se non impossibile, la delicata mediazione di Gianni Letta, il consigliere di Berlusconi da sempre propenso alla ricerca di un'intesa. I tentativi di convincere Berlusconi a siglare un armistizio istituzionale si sono così arenati definitivamente. Oggi è la cronaca dunque di una sconfitta annunciata.

 Il Capo dello Stato prende atto e ringrazia comunque il presidente del Senato per l'alto senso di responsabilità. Ora il testimone passa di nuovo nelle sue mani. Sono ore di riflessione per il presidente della Repubblica, ma è molto probabile che tra domani e dopodomani decida di sciogliere le Camere. Il che vorrebbe dire andare alle urne tra fine marzo e la metà del mese successivo. Le date però in pole position sono il 6 o il 13 aprile. Ed è immaginabile che proprio l'organizzazione della tornata elettorale sia stata al centro del colloquio del Capo dello Stato, che stamane ha ricevuto anche il governatore di Bankitalia Mario Draghi, con il ministro dell'interno Giuliano Amato. L'arrivo del Governatore al Quirinale ha anche fatto immaginare in ambienti parlamentari un estremo tentativo di formare un governo tecnico per le riforme, con l'appoggio di alcuni settori del centrodestra. Scenario che è durato una manciata di ore. Sul tavolo dell'inquilino del Colle c'é più di un dossier aperto. Altra partita delicata, e intrecciata con la crisi di governo, è quella del referendum elettorale. Il rischio che il nuovo governo, dopo neanche due mesi dal suo insediamento, si debba confrontare con la consultazione è stato però allontano.

Domani il Consiglio dei ministri indirà la consultazione popolare e così, con il successivo scioglimento del Parlamento, il referendum slitterà al 2009. La campagna elettorale è ormai alle porte. E, per Berlusconi, non è il caso di farne una tragedia. Il Cavaliere va alle consultazioni di Marini nonostante il lutto che lo ha colpito (con la perdita di mamma Rosa) e quando esce nel salone degli Specchi assicura di non avere alcuna intenzione di stringere un patto con il Pd di Walter Veltroni. L'ipotesi avanzata sulla prima pagina del Giornale, in un'articolo a firma del direttore, non è valida per l'oggi: "E' un'utopia", scandisce il Cavaliere davanti ai taccuini.

Avanti tutta verso il voto anticipato, ripete; il tempo del dialogo verrà semmai dopo. Berlusconi infatti non nasconde, a chi gli ha parlato in queste ore, la convinzione che l'unica strada per fare le riforme indispensabili sia quella di dare vita nella prossima legislatura ad un'ampia convergenza delle forze politiche. Quasi a intendere una sorta di "Grosse Koalition" all'italiana. Il progetto però di strutturare un dialogo tra i due schieramenti, molto caro all'Udc di Pier Ferdinando Casini, lascia ora freddo il Partito democratico. La proposta di scrivere insieme le regole andava colta subito, ora, e non rinviata ad un indeterminato domani. E non si parli di coalizioni trasversali, perché sui programmi e i valori, chiarisce Veltroni, il Pd e il centrodestra sono e restano alternativi.

  





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Lunedì, 4 Febbraio : 2008

Napolitano verso lo scioglimento delle Camere


Di Alberto Spampinato

ROMA - "Con rammarico", il presidente del Senato Franco Marini ha comunicato al presidente della Repubblica "l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo" che gli era stato assegnato: dare vita a un governo in grado di riformare la legge elettorale in tempi brevi per andare poi al voto. Napolitano ne ha preso atto e lo ha ringraziato per "l'alto senso di responsabilità" dimostrato. Così la crisi di governo che si è aperta il 24 gennaio con le dimissioni di Prodi va verso lo sbocco più drastico: lo scioglimento delle Camere e la convocazione dei comizi che, a questo punto, potrebbero portare a elezioni in aprile.

Tocca a Napolitano consultare i presidenti delle Camere e incamminarsi verso questo sbocco traumatico, a soli 20 mesi dall'apertura della legislatura. Un esito che ha cercato di scongiurare, di far precedere almeno dalla modifica di una legge elettorale largamente giudicata inadatta, tra l'altro sottoposta ad un referendum già ammesso dalla Consulta. Mercoledì scorso, dopo 4 giorni di consultazioni al Quirinale, Napolitano ha convocato Marini e gli ha affidato l'incarico. Una scelta significativa. Il presidente del Senato é la seconda carica dello Stato e Napolitano si è messo visibilmente a suo fianco per rafforzare un mandato con una forte caratura istituzionale. Marini si è messo al lavoro, ha fatto le consultazioni per 4 giorni a palazzo Giustiniani e stasera ha sciolto la riserva in senso negativo.

 A questo punto lo scioglimento delle Camere in tempi brevi, richiesto in modo corale dallo schieramento di centrodestra, sembra lo sbocco scontato. Che il presidente sia orientato in questo senso si intuisce anche dall'indiscrezione lasciata filtrare dal Quirinale, secondo la quale Napolitano ha assicurato all'Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro che anche in caso di scioglimento delle Camere possono essere adottati decreti delegati previsti dalla legge sulla sicurezza e tutela del lavoro. Gli occhi dunque restano puntati sul Quirinale per la prossima mossa, lo scioglimento, che potrebbe essere preceduto dal decreto con il quale si fissa la data per il referendum elettorale. Ciò eviterebbe che questa consultazione popolare si tenga a neanche due mesi dall'insediamento del nuovo Parlamento. Bruciando i tempi, lo scioglimento potrebbe aversi mercoledì, o comunque in settimana.

Prima di fare questo passo, il presidente della Repubblica, ai sensi dell'articolo 88 della Costituzione, deve consultare i presidenti di Camera e Senato. Acquisiti questi pareri, lo scioglimento viene deciso con un decreto del capo dello Stato, controfirmato dal presidente del Consiglio e trasmesso immediatamente, di solito di persona, dal segretario generale del Quirinale ai presidenti dei due rami del Parlamento. Di norma, il giorno stesso il Consiglio dei ministri si riunisce e approva i decreti necessari per convocare i comizi elettorali nel periodo compresso fra 45 e 70 giorni. Appena approvati, i decreti vengono portati alla firma del presidente della Repubblica. Con la convocazione dei comizi scatta la normativa di garanzia per lo svolgimento della campagna elettorale, che comprende anche la cosiddetta par condicio. Solo nel 1979 il decreto di scioglimento e quello che fissava le elezioni non furono contestuali.

Trascorsero cinque giorni. A febbraio del 2006 il ritardo fu di un solo giorno. Quell'anno, Carlo Azeglio Ciampi sciolse le Camere per motivi tecnici con undici settimane di anticipo sulla scadenza naturale. Il decreto di scioglimento fu approvato la sera, quello per fissare le elezioni il giorno dopo, sulla base di una intesa con il presidente del Consiglio Berlusconi, che in un primo tempo aveva ipotizzato un intervallo di una decina di giorni. A gennaio del 1994, il presidente Oscar Luigi Scalfaro sciolse le Camere due giorni dopo aver consultato i presidenti di Camera e Senato e introdusse una innovazione: spiegò loro la decisione in una lettera.


Urne vicine, amministratori locali in pole position


di Loredana Colace

ROMA - Le elezioni sembrano ormai inevitabili e tra gli amministratori locali non è solo Walter Veltroni, sindaco della capitale, a vedere all'orizzonte il parlamento. Con lui molti sono i sindaci, sarebbero circa 150, che vorrebbero candidarsi, come anche alcuni presidenti di provincia e di regione. Tra i sindaci che hanno già reso note le loro intenzioni, quello di Vicenza Enrico Hullweck, che ha più volte dimostrato di gradire una candidatura in Forza Italia.

Il più sicuro della scelta da fare è invece il primo cittadino di Venezia Massimo Cacciari. "Ciò che voglio fare lo ho già dimostrato - spiega il sindaco - quando mi sono candidato per le regionali del 2000 e mi sono dimesso da sindaco. E' scontato che lo rifarei". Di parere contrario il sindaco di Verona Flavio Tosi: "Non esiste proprio - commenta l'esponente del Carroccio - non se ne parla nemmeno. Verona è la mia città e ci resto".

C'é anche Leonardo Domenici, presidente dell'Anci, sindaco di Firenze in scadenza nel 2009 e al suo secondo mandato che potrebbe candidarsi, anche se non ha confermato. Più certo Paolo Fontanelli, sindaco di Pisa, che si trova nella stessa situazione di Domenici. Tra gli esponenti dell'Anci vi è invece Adriana Poli Bortone, già due volte sindaco di Lecce dove ora é vicesindaco, che ha parlato di una probabile candidatura. Ci pensa anche Umberto Scapagnini, sindaco di Catania, e anche Giancarlo Gabbianelli, sindaco di Viterbo. Il primo cittadino della capitale è stato anche il primo dei sindaci che si era preoccupato per il problema creato dalla legge attuale che lo avrebbe obbligato a dimettersi ancora prima che le Camere venissero sciolte, per evitare un lungo commissariamento di Roma.

Il problema era stato sollevato nei giorni scorsi dall'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni italiani, che aveva chiesto al Viminale di intervenire per evitare che molti comuni - si è parlato di oltre 150 al di sopra dei 20 mila abitanti di ambedue gli schieramenti politici - rischiassero il commissariamento per oltre un anno. La legge attuale infatti prevede che nel caso di scioglimento anticipato delle Camere la causa di ineleggibilità tra sindaco e parlamentare, ma anche tra presidente di provincia e parlamentare, non ha effetto se la funzione cessa entro i 7 giorni successivi alla data di pubblicazione del decreto di scioglimento delle Camere. Ma tali dimissioni sono efficaci dopo 20 giorni, mentre per votare entro quest'anno bisogna che le amministrazioni siano sciolte entro il 24 febbraio, sennò si vota il prossimo anno. Per evitare quindi un commissariamento di oltre un anno, il ministro Amato ha già annunciato che si interverrà con un decreto per far sì che si voti ugualmente quest'anno.

Più fortunati i presidenti di regione che solo una volta eletti in Parlamento possono optare per una carica o l'altra. Alle scorse politiche scelsero il governo regionale due pezzi da novanta di Forza Italia, Formigoni e Galan. Oggi Formigoni, presidente della Lombardia, ci riprova: a fine gennaio si è detto disponibile a un trasferimento a Roma adeguato alle sue competenze. Mentre Giancarlo Galan preferisce non intervenire per ora ("troppe variabili").

Se il sindaco di Torino, Chiamparino, che continua a riscuotere successo tra i suoi concittadini, ha detto più volte di volere rimanere al suo posto, Mercedes Bresso, presidente del Piemonte, ha detto di essere pronta a candidarsi se necessario. Tra i presidenti di provincia ha dato la sua disponibilità Fabio Melilli, presidente dell'Upi (Unione delle Province Italiane) che regge la provincia di Rieti. In Sicilia in scadenza a giugno sette province a cui si aggiunge quella di Trapani, dove Antonio D'Alì ha detto di volersi candidare al Senato; così pure Bruno Marziano, presidente della provincia di Siracusa.

  





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Martedì, 5 Febbraio : 2008

CRISI: LA PAROLA A NAPOLITANO,
SI VA VERSO LE ELEZIONI


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Il referendum sulla legge elettorale é stato indetto per il 18 maggio. E' quanto ha deciso il Consiglio dei ministri. Lo riferisce il ministro per i Rapporti col Parlamento, Vannino Chiti.

La data del referendum fissata oggi dal Consiglio dei ministri per il 18 maggio è subordinata allo scioglimento o meno delle Camere. Nel caso in cui il presidente della Repubblica dovesse sciogliere il Parlamento, come tutti ormai danno per scontato, la consultazione popolare slitterebbe automaticamente al 2009. In questo caso, spetterebbe al governo che si formerà dopo le elezioni politiche approvare un provvedimento ad hoc con la nuova data del referendum. Da parte del governo in carica, indire intanto il referendum per una data precisa è stato un atto dovuto per evitare che, a causa di un 'buco' interpretativo lasciato dalla legge, si potesse chiedere al nuovo governo di indire comunque il referendum entro il 15 giugno di quest'anno.

CHITI, SE SCIOLTE CAMERE OPPORTUNO ELECTION DAY

arà una delle prossime riunioni del Consiglio dei ministri a fissare le date delle elezioni nel caso in cui il capo dello Stato Giorgio Napolitano sciolga le Camere. Lo ha detto il ministro per i rapporti con il Parlamento Vannino Chiti, lasciando Palazzo Chigi. "Amato ed io siamo d'accordo: sarebbe opportuno far coincidere le elezioni politiche con le amministrative", ha aggiunto Chiti, rispondendo ad una domanda sull'election day.


  





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Martedì, 5 Febbraio : 2008 19:45

DOMANI LO SCIOGLIMENTO DELLE CAMERE


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ROMA - Sarà domani il giorno dello scioglimento delle Camere e della fine della XV legislatura. Questo pomeriggio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto al Quirinale i presidenti di Senato e Camera: l'articolo 88 della Costituzione, infatti, prevede che lo scioglimento delle Camere venga deciso dal capo dello Stato dopo aver sentito i presidenti dei due rami del Parlamento. Prima Franco Marini, poi Fausto Bertinotti sono saliti al Colle, trattenendosi nello studio alla Vetrata per mezz'ora ciascuno; hanno lasciato il Quirinale senza rilasciare dichiarazioni ai cronisti in attesa. A questo punto, la decisione di sciogliere le Camere sarà formalizzata dal capo dello Stato domani. In mattinata, infatti, il presidente del Consiglio Romano Prodi salirà al Quirinale per controfirmare il decreto con cui Napolitano disporrà lo scioglimento delle Camere dando il via alle procedure che porteranno alle elezioni, che poi il Consiglio dei ministri convocherà per il 13 e 14 aprile.

REFERENDUM ELETTORALE IL 18 MAGGIO MA SLITTA
Il referendum sulla legge elettorale é stato indetto per il 18 maggio. E' quanto ha deciso il Consiglio dei ministri. Lo riferisce il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti. La data è subordinata allo scioglimento o meno delle Camere. Nel caso in cui il presidente della Repubblica dovesse sciogliere il Parlamento, come tutti ormai danno per scontato, la consultazione popolare slitterebbe automaticamente al 2009. In questo caso, spetterebbe al governo che si formerà dopo le elezioni politiche approvare un provvedimento ad hoc con la nuova data del referendum. Da parte del governo in carica, indire intanto il referendum per una data precisa è stato un atto dovuto per evitare che, a causa di un 'buco' interpretativo lasciato dalla legge, si potesse chiedere al nuovo governo di indire comunque il referendum entro il 15 giugno di quest'anno.

CHITI, SE SCIOLTE CAMERE OPPORTUNO ELECTION DAY

Sarà una delle prossime riunioni del Consiglio dei ministri a fissare le date delle elezioni nel caso in cui il capo dello Stato Giorgio Napolitano sciolga le Camere. Lo ha detto il ministro per i rapporti con il Parlamento Vannino Chiti, lasciando Palazzo Chigi. "Amato ed io siamo d'accordo: sarebbe opportuno far coincidere le elezioni politiche con le amministrative", ha aggiunto Chiti, rispondendo ad una domanda sull'election day.

  





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