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Il mondo visto da Roma - 30 giugno 2008
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Messaggio Il mondo visto da Roma - 30 giugno 2008 
 

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Lunedì, 30 Giugno : 2008

Rassegna a cura di:
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Castellammare di Stabia (NA)  

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
Il Papa: gli Arcivescovi Metropoliti, “pastori sull'esempio di Gesù”
Pietro e Paolo, “una cosa sola” nella testimonianza del martirio per Cristo
Bartolomeo I spera in una rapida realizzazione del cammino dell'unità
Benedetto XVI invitato in Campidoglio dal Sindaco Alemanno

SETTIMANA SOCIALE
Benedetto XVI: San Paolo “vuole parlare con noi oggi”

NOTIZIE DAL MONDO
Brasile: il fratello di Santa Gianna Beretta verso gli altari

ITALIA
L'ora dei laici negli Stati Uniti

INTERVISTE
Il rinnovamento del battesimo, risposta alla secolarizzazione (I)

ANGELUS
Benedetto XVI: l'Anno Paolino, tempo di unità ed evangelizzazione

DOCUMENTI
Omelie del Papa e di Bartolomeo I per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo
Celebrazione dei primi Vespri per l'apertura dell'Anno Paolino


Santa Sede

Il Papa: gli Arcivescovi Metropoliti, “pastori sull'esempio di Gesù”

Udienza dopo la consegna del Pallio

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il Pallio che Benedetto XVI ha consegnato questa domenica ai 40 Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell’ultimo anno mostra che questi sono “chiamati ad essere pastori sull'esempio di Gesù”.
Il Papa lo ha affermato questo lunedì mattina ricevendo i presuli in udienza nell’Aula Paolo VI, sottolineando che “il Pallio simboleggia la profonda unione del pastore con il successore di Pietro e la sollecitudine pastorale dell'Arcivescovo nei confronti del suo popolo”.

Tra i presuli, figurano il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, monsignor Fouad Twal, monsignor Giancarlo Maria Bregantini, monsignor Paolo Benotto e monsignor Francesco Montenegro, Metropoliti rispettivamente di Campobasso-Boiano, Pisa e Agrigento, e Arcivescovi provenienti da ogni parte del mondo.

Il Pallio “è fatto di lana di pecora come simbolo di Gesù Cristo, l'Agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo e il Buon Pastore che vigila sul suo gregge”, ha spiegato il Papa parlando in inglese.

Come simbolo del compito episcopale, “ricorda anche ai fedeli il compito di sostenere i pastori della Chiesa con le loro preghiere e di cooperare generosamente con loro per diffondere il Vangelo e per la crescita della Chiesa di Cristo in santità, unità e amore”.

Parlando in spagnolo, il Papa ha chiesto agli Arcivescovi di cercare “in ogni momento” di promuovere la comunione tra i Vescovi della provincia ecclesiastica che presiedono e con il Vescovo di Roma.

“Esorto tutti coloro che hanno voluto venire con voi in questa bella circostanza a non smettere di pregare per voi, perché continuiate a guidare il gregge che è stato affidato alle vostre cure pastorali con grande carità, così che Cristo, per il quale i Santi Apostoli Pietro e Paolo hanno versato il proprio sangue, sia sempre più conosciuto, amato e imitato”, ha aggiunto.

Ricordando che il 28 giugno si è aperto l'Anno Paolino, che si celebra per il bimillenario della nascita di San Paolo, il Pontefice ha osservato che “l’immagine del corpo organico applicata alla Chiesa è uno degli elementi forti e caratteristici della dottrina” del Santo, motivo per il quale desidera “affidare ciascuno di voi, cari Arcivescovi, alla sua celeste protezione”.

“L’Apostolo delle genti vi aiuti a far crescere le Comunità a voi affidate unite e missionarie, concordi e coordinate nell’azione pastorale animate da costante slancio apostolico”, ha auspicato.

Per ogni pastore, ha affermato, “la condizione del suo servizio è l’amore per Cristo, a cui nulla deve essere anteposto”.

Ricordando la domanda di Gesù a Pietro, “Simone di Giovanni, mi ami?”, il Vescovo di Roma ha espresso la speranza che questa domanda “risuoni sempre nel nostro cuore” “e susciti, ogni volta nuova e commossa, la nostra risposta: 'Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo'”.

“Da questo amore per Cristo scaturisce la missione: 'Pasci le mie pecorelle'; missione che si riassume anzitutto nella testimonianza a Lui, il Maestro e il Signore: 'Seguimi'”.

“Sia questa la nostra gioia, mentre è certamente la nostra croce: soave e leggera, perché croce d’amore”, ha concluso.


Pietro e Paolo, “una cosa sola” nella testimonianza del martirio per Cristo

Afferma il Papa nella solennità dei Santi patroni della Diocesi di Roma

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 20 giugno 2008 (ZENIT.org).- San Pietro e San Paolo “muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola”, ha affermato Benedetto XVI questa domenica, giorno in cui si ricordavano i Santi patroni della Diocesi di Roma.

Attraverso il loro martirio, ha spiegato, Pietro e Paolo “sono diventati fratelli” e sono insieme “i fondatori della nuova Roma cristiana”, ha spiegato nell'omelia della Messa alla quale ha partecipato insieme al Patriarca ecumenico Bartolomeo I, ricordando che una delle immagini preferite dell’iconografia cristiana è proprio l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio.

“Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dell’egoismo degli uomini”.

Per Paolo, ha ricordato il Pontefice, Roma era “una tappa sulla via verso la Spagna, cioè – secondo il suo concetto del mondo – verso il lembo estremo della terra”. Andare a Roma, quindi, era per lui “espressione della cattolicità della sua missione”.

Se il viaggio di Paolo verso Roma sottolinea il fatto che la Chiesa è “cattolica”, quello di Pietro rimanda al suo essere “una”: “il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli”.

La “missione permanente di Pietro”, ha spiegato il Papa, è quindi quella di far sì che “la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato”, ma che sia “sempre la Chiesa di tutti”, “che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore”.

Benedetto XVI si è quindi rivolto ai 40 Arcivescovi Metropoliti ai quali ha consegnato questa domenica il pallio, ricordando loro che “quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta all’ovile”.

“I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso”.

Nell’incarnazione, ha spiegato, Cristo “ha preso tutti noi – la pecorella 'uomo' – sulle sue spalle”, e “sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa”.

Cristo, tuttavia, “vuole avere anche degli uomini che 'portino' insieme con Lui”, ed essere pastore nella Chiesa di Cristo “significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria”.

Il pallio, ha osservato, “diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui – diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui, insieme con Lui”.

Nella sua prima Lettera, ha ricordato il Papa, San Pietro si definisce infatti synpresbýteros, cioè con-presbitero, formula che “contiene implicitamente un’affermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui”.

Allo stesso modo, il “con” ha altri due significati: la collegialità dei Vescovi – “tutti noi siamo con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo” – e la “comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dell’unità”.

Il Papa ha terminato la sua omelia ricordando che San Paolo espresse “l’essenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase straordinariamente bella”, definendosi chiamato “a servire come liturgo di Gesù Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo”.

Il Santo “parla della liturgia cosmica, in cui il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito Santo”, ha osservato.

“Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo – ha concluso –. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di San Paolo e della nostra missione”.


Bartolomeo I spera in una rapida realizzazione del cammino dell'unità

Durante la Messa celebrata ieri per la solennità dei Santi Pietro e Paolo

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha espresso il desiderio di veder superati quanto prima gli ostacoli all'unità della Chiesa durante l'omelia pronunciata questa domenica nella Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, patroni della Diocesi di Roma.

“Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese 'in fede, verità e amore', grazie all’aiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle note problematiche”, ha affermato.

“Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio”, ha aggiunto.

Il Patriarca ha sottolineato come la solennità di San Pietro e San Paolo sia importante anche per la Chiesa d'Oriente, che la celebra con un digiuno nei giorni precedenti.

L’Oriente “onora abitualmente” i due Santi “anche attraverso un’icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l’un l’altro e si scambiano il bacio in Cristo”.

Questo gesto di comunione, il bacio santo della pace, è quello che “siamo venuti a scambiare con Voi, Santità, sottolineando l’ardente desiderio in Cristo e l’amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri”, ha rivelato.

Come gesto di comunione, il Patriarca ha alluso anche all'Anno Paolino convocato dalla Chiesa ortodossa, che ha organizzato un pellegrinaggio nei luoghi dell'Oriente legati al ministero di San Paolo.

“Siate sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo un’ardente preghiera per Voi e per i nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e intercessione del divino Paolo al Signore per Voi”.

Bartolomeo I ha concluso con una preghiera affinché, per intercessione degli Apostoli Pietro e Paolo, Dio “doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù 'l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo' nel 'legame della pace' e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia”.


Benedetto XVI invitato in Campidoglio dal Sindaco Alemanno

In occasione dell'udienza concessa questo sabato dal Pontefice

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- In occasione dell'udienza svoltasi questo sabato in Vaticano, Benedetto XVI ha ricevuto dal Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, l'invito ufficiale a visitare il Campidoglio.
Si tratta della prima udienza in Vaticano tra il neo Sindaco e il Pontefice, che dopo le elezioni aveva augurato a Alemanno “un proficuo servizio per il bene di tutta la comunità cittadina”, incontrandolo nella Basilica di Santa Maria Maggiore al termine della recita del rosario per l'apertura del mese mariano.

Sabato, insieme al primo cittadino erano presenti la moglie Isabella Rauti, e il figlio Manfredi, di 13 anni, cui il Papa, al termine dell'incontro, ha chiesto sui risultati degli esami di terza media.

L’udienza è durata in tutto circa 45 minuti. Nel corso del breve colloquio, che si è svolto nello studio privato del Pontefice, il sindaco ha consegnato al Papa l'invito ufficiale a partecipare a una seduta straordinaria del Consiglio Comunale, dedicata al valore universale di Roma, “capitale del cattolicesimo e dei suoi valori”.

Intervistato dalla Radio Vaticana, il sindaco di Roma ha detto che è importante che l’invito sia una “decisione bipartisan e che coinvolga sia maggioranza che opposizione”.

“La nostra intenzione – ha aggiunto – è quella di ascoltare il Santo Pontefice e di confrontarci con lui sul tema del ruolo internazionale e universale di Roma, valore che parte dal fondamento della cultura cattolica del ruolo di Roma come centro internazionale e unico del cattolicesimo”.

Sulla centralità della presenza della Chiesa a Roma, Alemanno ha poi detto: “Noi siamo una città che ha due Stati al proprio interno ma al di là di questo abbiamo dentro di noi un messaggio che nel contempo fortemente legato a un’identità chiara e definita dai valori e che riesce a essere universale”.

Nel corso dell'incontro, il Pontefice e il Sindaco di Roma si sono scambiati dei doni. Benedetto XVI ha consegnato ad Alemanno un rosario e una medaglia d'oro, mentre il Sindaco ha regalato al Pontefice una moneta d'oro celebrativa dei sessant'anni della Costituzione italiana.


Settimana Sociale

Benedetto XVI: San Paolo “vuole parlare con noi oggi”

Inaugura l'Anno Paolino a Roma

ROMA, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- San Paolo non è “una storia passata, irrevocabilmente superata”, ma “vuole parlare con noi oggi”, ha affermato Benedetto XVI sabato scorso, durante l'apertura solenne dell'Anno Paolino nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura.
“Per questo ho voluto indire questo speciale 'Anno Paolino': per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, 'la fede e la verità', in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo”, ha osservato.

Riflettere sul “Maestro delle Genti”, afferma il Pontefice, apre lo sguardo “al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi”.

Benedetto XVI ha invitato a considerare tre aspetti della vita dell'Apostolo: il suo amore per Cristo e il suo coraggio al momento di predicare il Vangelo; la sua esperienza dell'unità della Chiesa con Gesù Cristo; la consapevolezza che la sofferenza è indissolubilmente unita all'evangelizzazione.

Quanto al primo aspetto, il Papa ha ha riflettuto sulla confessione di fede contenuta nella lettera ai Galati, in cui mostra che “la sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora”.

“La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore”.

Questa esperienza lo spingeva attraverso le difficoltà, perché ciò che “lo motivava nel più profondo” era “l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro”.

E' questa la causa della sua libertà: “l’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana – quell’esperienza abbracciava tutto”.

Unità della Chiesa

Il Pontefice ha anche commentato la manifestazione di Cristo sulla via di Damasco, e la frase “Io sono Gesù che tu perseguiti”.

“Perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù. 'Tu perseguiti me'. Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo”.

“Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti 'la sua causa'. La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa”, ha aggiunto il Papa, ed è questa la dottrina che Paolo trasmette nelle sue Lettere.

“Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me”, ha aggiunto.

Il Papa ha quindi riflettuto sul senso della sofferenza per l'Apostolo attraverso la Lettera a Timoteo. “L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione”.

“In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede”, ha aggiunto Benedetto XVI.

“Non c’è amore senza sofferenza – senza la sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore”.

Anno Ecumenico

Benedetto XVI ha espresso la propria gioia per il “carattere ecumenico” di questo Anno Paolino, alla cui apertura erano presenti, oltre al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, rappresentanti delle Chiese di Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia e di altre Chiese e comunità d'Oriente e Occidente.

Bartolomeo I ha accompagnato il Papa durante l'inaugurazione della Porta Paolina. Il Papa ha anche acceso una speciale “fiaccola paolina”, che rimarrà accesa tutto l'anno, in un braciere speciale collocato nel portico della Basilica.


Notizie dal mondo

Brasile: il fratello di Santa Gianna Beretta verso gli altari

Iniziato il processo diocesano di beatificazione di fra' Alberto Beretta

di Alexandre Ribeiro
SAN PAOLO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Due missionari in Brasile, Santa Gianna Beretta nella dimensione spirituale e suo fratello, fra' Alberto Beretta, presente nel Paese per 33 anni, “esempi dell'ideale di santità”.

Così il Vescovo emerito di Grajaú (Maranhão, nel nord del Brasile), monsignor Serafino Spreafico, ha commentato a ZENIT l'apertura del processo diocesano di beatificazione di fra' Alberto, avvenuto il 18 giugno scorso a Bergamo.

“Sono due fratelli estremamente importanti per il mondo di oggi, esempi straordinari di fraternità, di famiglia santa”, ha sottolineato il Vescovo cappuccino italiano, anch'egli missionario in Brasile, dove ha svolto il suo ministero episcopale.

Monsignor Spreafico ha vissuto a Grajaú per due anni con fra' Alberto, prima di tornare in Italia per motivi di salute. “In tutto, tra il Brasile e l'Italia, ci sono stati 20 anni di familiarità”, ha raccontato.

Originario di Milano, dove nacque nel 1916, Alberto Beretta era già medico chirurgo quando venne ordinato sacerdote nella Congregazione dei Frati Cappuccini, nel 1948. Nel 1949 sbarcò in Brasile per il lavoro missionario.

Sua sorella, Santa Gianna Beretta (1922-1962), medico e madre di famiglia, è stata canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2004. Accettò il rischio di morire per non abortire la figlia che portava in grembo.

Papa Wojty 2;a la ricordò in quell'occasione come una “semplice, ma quanto mai significativa messaggera” dell'amore divino.

Secondo monsignor Spreafico, per sette anni Gianna Beretta si preparò ad essere inviata come missionaria in Brasile. La sua fragilità in relazione al clima caldo le impedì di lavorare al fianco del fratello sacerdote.

“Nella dimensione spirituale, ella è stata ed è missionaria in Brasile, tanto che nel Paese si sono verificati due miracoli che l'hanno elevata tra i santi”, ha affermato il Vescovo.

Circa fra' Alberto, monsignor Spreafico ha osservato che era “un testimone delle beatitudini”. “E' stato una testimonianza della presenza di Dio accanto a ogni persona, dall'inizio alla fine”, ha commentato.

Il presule ha ricordato un episodio al fianco di fra' Alberto. “Stava pregando già da un po' accanto tabernacolo quando arrivai. Mi chiese: 'In cielo saremo più vicini a Dio di quanto lo siamo qui, in questo momento, accanto al tabernacolo?'”.

“Confesso che rimasi sorpreso per il modo semplice in cui me lo aveva chiesto, per la sua semplicità nel rendere viva la presenza di Dio”.

“Risposi di sì, che in cielo saremmo stati immersi in Dio, come dice San Tommaso. Allora, in silenzio, tornò a pregare”.

Il Vescovo ha confessato a ZENIT di pregare sempre per Santa Gianna e fra' Alberto.

“Come i miei diocesani, visto che Santa Gianna è presente nella dimensione spirituale, i due fratelli mi devono obbedire, e allora chiedo loro di concedere molte grazie e santità alla Chiesa in Brasile”, ha concluso.

[Traduzione dal portoghese di Roberta Sciamplicotti]


Italia

L'ora dei laici negli Stati Uniti

Seminario di studio a Roma promosso dai Vescovi del Paese

di Miriam Díez i Bosch
ROMA, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- “Collaboratori sulla via del Signore: chiamati alla comunione, chiamati alla missione”. E' questo il titolo del seminario che dal 24 al 29 giugno ha riunito a Roma laici di varie Diocesi degli Stati Uniti per affrontare insieme a persone di altri contesti mondiali l'opera specifica del laicato nella Chiesa.

Il seminario è stato promosso dal Segretariato per i Laici, il Matrimonio, la Vita Familiare e la Gioventù della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti e dal Lay Centre di Roma per riflettere su un documento dei Vescovi del Paese che ha lo stesso titolo ed è stato frutto di dieci anni di studio, consultazioni e dialogo.

Nella prima sessione, dopo una celebrazione eucaristica presieduta nel Monastero dei Passionisti dal Cardinale John Patrick Foley, gran maestro dell'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, i presenti hanno constatato che “la comunione e la missione” sono le “basi” per intendere e svolgere il loro ministero ecclesiale come laici.

Il dottor Rick McCord, direttore esecutivo del Segretariato, ha illustrato a ZENIT la ricchezza dei ministeri ecclesiali laicali nel suo Paese.

Quattro caratteristiche uniscono questi 30.000 uomini e donne particolarmente impegnati nell'evangelizzazione.

In primo luogo, la persona ha un ruolo di “leadership”, ad esempio catechetico o di lavoro pastorale. In secondo luogo, ha un'“autorizzazione” da parte dei pastori a esercitare il suo ruolo.

La terza caratteristica è che queste persone lavorano in “collaborazione con i sacerdoti, i diaconi e i Vescovi”. In quarto luogo, “hanno la formazione e l'istruzione per svolgere il loro ruolo”.

Il direttore McCord ha ricordato che questi ruoli sono svolti “in armonia” con gli ordinati: “Non c'è alcuna opposizione tra i laici e gli ordinati nel lavorare insieme, e di fatto devono lavorare insieme, ciascuno con il proprio compito specifico”.

Da parte sua, la direttrice del Lay Centre, la professoressa Donna Orsuto, ha rivelato a ZENIT che “tutti sono chiamati e inviati”, e per questo “è importante aiutare la gente e riconoscere dove sono i doni e come possono usarli per edificare la Chiesa locale”.

Per la docente della Pontificia Università Gregoriana, “c'è grande necessità nella Chiesa e nella società di laici che collaborino con i loro pastori”.

Il Cardinale Foley ha ricordato con affetto i suoi genitori, che gli hanno insegnato “cos'è la Chiesa domestica”, e ha spiegato che i laici “sono chiamati a santificare il mondo con il loro lavoro” e a “portare a questo i valori etici e morali, gli ideali cristiani”, oltre che a condurre una “vita di preghiera” e di “vicinanza a Cristo attraverso i sacramenti e la lettura della Scrittura”. Tutto questo, ha riconosciuto, lo ha imparato in famiglia.

Ulteriori informazioni sul seminario su http://www.laycentre.org/coworkers08home.html

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Interviste

Il rinnovamento del battesimo, risposta alla secolarizzazione (I)

Intervista a Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale

di Inmaculada Álvarez
PORTO SAN GIORGIO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- In occasione dell'approvazione definitiva degli Statuti del Cammino Neocatecumenale, uno dei suoi iniziatori, il pittore spagnolo Kiko (Francisco Gómez) Argüello, ha concesso un'intervista a ZENIT in cui spiega il cuore di questo cammino di rinnovamento battesimale, oggi diffuso nei cinque continenti.

Cosa implica il riconoscimento definitivo degli Statuti?

Kiko Argüello: Una grande gioia e una profonda gratitudine al Signore e alla Santa Vergine Maria che ci ha sempre aiutati. E soprattutto a Pietro nella persona di Benedetto XVI, che è colui che ha ratificato gli Statuti.

Per noi è una conferma di quarant'anni di Cammino in tutto il mondo. Dalle baracche di Palomeras Altas a Roma nel Borghetto Latino, aspettando che il Signore manifestasse la sua volontà, e anche in uno dei quartieri più poveri di Lisbona. Fino a questa approvazione definitiva c'è stato un percorso di sofferenze, di persecuzioni, di processi, ecc., che alla fine ha dato i suoi frutti.

Nel decreto di approvazione si dice che il Cammino Neocatecumenale risponde alle intuizioni del Concilio Vaticano II. In che senso?

Kiko Argüello: Noi pensiamo che il Cammino sia stato suscitato da Dio per mettere in pratica il Concilio nella vita delle parrocchie. Nella prima riunione che abbiamo avuto con la Congregazione per il Culto Divino, quando sono state esaminate per la prima volta le celebrazioni che facevamo (all'epoca si accusò il Cammino di “ripetere” il sacramento del battesimo, il che non era vero), il Comitato di esperti, che stava studiando l'elaborazione dell'Ordo Initiationis Christianae Adultorum, rimase molto sorpreso di ciò che stavamo facendo, perché lo Spirito Santo stava già realizzando quello che essi cercavano di plasmare.

Padre Gottardo Pasqualetti, esperto in Liturgia, venne a una nostra Eucaristia. In seguito il segretario della Congregazione mi chiamò per avvisarmi che avrebbero fatto una laudatio in latino per tutta la Chiesa. In essa si diceva che se Dio non suscita carismi che mettano in pratica il Concilio è impossibile realizzarlo.

Quando la Congregazione ha studiato il Cammino, la prima cosa che ha visto è che era un dono di Dio per portare nelle parrocchie il Concilio Vaticano II, non un progetto umano. E questo viene raccolto nel testo della laudatio: se dopo il Concilio di Trento Dio non avesse suscitato carismi per attuare la riforma conciliare, questa sarebbe stata molto difficile, e lo stesso accade nel caso del Concilio Vaticano II: “praeclarum exemplar… nelle Communità Neocatecumenali”.

Un altro aspetto è l'amore per la Scrittura, di cui si parlava nella Costituzione Dei Verbum. Nel Cammino questo è evidente, ha delle chiavi ermeneutiche di interpretazione della Scrittura che permettono la riscoperta dell'Antico Testamento in connessione con il Nuovo, oltre al fatto di poter aiutare il rinnovamento liturgico, quello pastorale, ecc.

Bisogna anche sottolineare lo spirito ecumenico affiorato attraverso il Cammino; la Chiesa ortodossa ha mostrato molto interesse.

Perché la catechesi battesimale è la chiave per l'evangelizzazione dell'uomo di oggi?

Kiko Argüello: Perché il battesimo ci apre le porte della Chiesa, della partecipazione alla natura divina. Come dice San Paolo, la carità di Cristo ci spinge a pensare che se Cristo è morto per tutti, tutti sono morti, ed è morto per tutti perché quanti vivono non vivano più per sé, ma per Colui che è morto e risorto per loro.

Il problema dell'uomo di oggi è che, a causa del peccato originale, vive tutto per sé, si è posto al centro dell'universo, sostituendo Dio come centro del suo essere, e non si rende conto di vivere schiavo, condannato a vivere per se stesso. Ciò provoca una sofferenza profonda, perché la verità è un'altra, che Dio è l'amore totale, la donazione totale all'altro mostrata in Cristo; l'uomo soffre perché non ama come Cristo.

Nei Paesi in cui si è negata per anni la trascendenza, in cui è stato negato Dio, come nei Paesi ex comunisti, il tasso di suicidi è molto alto, perché la felicità è vivere nella verità, e la verità è l'amore. E questo peccato originale può essere cancellato solo attraverso il battesimo.

Per questo è molto importante richiamare gli uomini alla fede, mediante la predicazione, l'annuncio del kerygma, l'annuncio di Cristo morto e risorto. Quando Pietro fa questo annuncio, il giorno di Pentecoste, la gente si commuove e gli domanda cosa deve fare. Pietro risponde: “Fatevi battezzare e riceverete il dono dello Spirito Santo”.

I primi fonti battesimali erano piscine (il Concilio torna a parlare di immersione), nelle quali il neofita scendeva attraverso dei gradini. Questa prima forma di battesimo rappresenta perfettamente il significato di questo sacramento, la morte dell'uomo vecchio e la resurrezione a vita nuova, all'uomo rigenerato dallo Spirito Santo, che può amare e donarsi. Per questo Cristo crocifisso è la vera immagine dell'uomo libero.

E' questa, dunque, la risposta alla secolarizzazione?

Kiko Argüello: Certo. Come può l'uomo essere libero dal peccato che agisce in lui? Solo Cristo può liberare l'uomo, far sì che possa amare gli altri, renderlo partecipe della sua natura divina. E' qualcosa di splendido che cambia la vita dell'uomo. Bisogna raccontarlo a tutti, rievangelizzare il mondo.

Come diceva Papa Giovanni Paolo II, questa nuova evangelizzazione richiede nuovi metodi, nuovi contenuti, e questo è ciò che ha suscitato Dio attraverso questo Cammino. Ora che sono stati approvati gli Statuti, possiamo offrire il Cammino ai Vescovi e a tutta la Chiesa, per portare avanti la Nuova Evangelizzazione.

Il Cammino è diverso nella sua forma giuridica da altri movimenti esistenti, visto che non è un'associazione di fedeli. Potrebbe spiegare che tipo di figura ha adottato?

Kiko Argüello: Una delle novità del Cammino, come ha spiegato monsignor Arrieta, membro del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, è proprio il fatto che gli è stata riconosciuta una personalità giuridica pubblica, vale a dire che agiamo a nome della Chiesa.

La forma che adotta è quella della base dei beni spirituali. Finora le basi si fondavano su patrimoni di tipo materiale, a differenza del Cammino, che gestisce un bene della Chiesa che è il catecumenato degli adulti, secondo le tappe segnalate dai suoi iniziatori.

Si fonda sul Vescovo, visto che chi ha piena potestà per quanto riguarda l'iniziazione cristiana è il Vescovo diocesano. Il Cammino non possiede quindi alcun bene materiale. Il titolare dei beni è la Diocesi. Il Cammino è, come dice il decreto di approvazione, uno strumento, un itinerario di catechesi che si offre al Vescovo per l'evangelizzazione dei più lontani.

Martedì, la seconda parte dell'intervista

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Angelus

Benedetto XVI: l'Anno Paolino, tempo di unità ed evangelizzazione

Parole introduttive alla preghiera dell'Angelus

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato questa domenica da Benedetto XVI in occasione della preghiera mariana dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

quest’anno la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo ricorre di domenica, così che tutta la Chiesa, e non solo quella di Roma, la celebra in forma solenne. Tale coincidenza è propizia anche per dare maggiore risalto ad un evento straordinario: l’Anno Paolino, che ho aperto ufficialmente ieri sera, presso la tomba dell’Apostolo delle genti, e che durerà fino al 29 giugno 2009. Gli storici collocano infatti la nascita di Saulo, diventato poi Paolo, tra il 7 e il 10 dopo Cristo. Perciò, al compiersi di circa duemila anni, ho voluto indire questo speciale giubileo, che naturalmente avrà come baricentro Roma, in particolare la Basilica di San Paolo fuori le Mura e il luogo del martirio, alle Tre Fontane. Ma esso coinvolgerà la Chiesa intera, a partire da Tarso, città natale di Paolo, e dagli altri luoghi paolini meta di pellegrinaggi nell’attuale Turchia, come pure in Terra Santa, e nell’Isola di Malta, dove l’Apostolo approdò dopo un naufragio e gettò il seme fecondo del Vangelo. In realtà, l’orizzonte dell’Anno Paolino non può che essere universale, perché san Paolo è stato per eccellenza l’apostolo di quelli che rispetto agli Ebrei erano "i lontani" e che "grazie al sangue di Cristo" sono diventati "i vicini" (cfr Ef 2,13). Per questo anche oggi, in un mondo diventato più "piccolo", ma dove moltissimi ancora non hanno incontrato il Signore Gesù, il giubileo di san Paolo invita tutti i cristiani ad essere missionari del Vangelo.

Questa dimensione missionaria ha bisogno di accompagnarsi sempre a quella dell’unità, rappresentata da san Pietro, la "roccia" su cui Gesù Cristo ha edificato la sua Chiesa. Come sottolinea la liturgia, i carismi dei due grandi Apostoli sono complementari per l’edificazione dell’unico Popolo di Dio ed i cristiani non possono dare valida testimonianza a Cristo se non sono uniti tra di loro. Il tema dell’unità oggi è messo in risalto dal tradizionale rito del Pallio, che durante la santa Messa ho imposto agli Arcivescovi Metropoliti nominati durante l’ultimo anno. Sono 40, e altri due lo riceveranno nelle loro sedi. Anche ad essi va nuovamente il mio saluto cordiale. Inoltre, nell’odierna solennità è motivo di speciale gioia per il Vescovo di Roma accogliere il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, nella cara persona di Sua Santità Bartolomeo I, al quale rinnovo il mio fraterno saluto estendendolo all’intera Delegazione della Chiesa Ortodossa da lui guidata.

Anno Paolino, evangelizzazione, comunione nella Chiesa e piena unità di tutti i cristiani: preghiamo ora per queste grandi intenzioni affidandole alla celeste intercessione di Maria Santissima, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli.


[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]


Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli di Poncarale, Torino, Ivrea, Empoli e Carmignano. Un saluto speciale rivolgo alla città di Roma e a quanti vi abitano: i santi Patroni Pietro e Paolo ottengano all'intera comunità cittadina e diocesana di custodire e valorizzare la ricchezza dei suoi tesori di fede, di storia e di arte. Buona festa a tutti!

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]

  



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Messaggio Re: Il mondo visto da Roma - 30 giugno 2008 
 

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Lunedì, 30 Giugno : 2008

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Castellammare di Stabia (NA)  


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Omelie del Papa e di Bartolomeo I per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Questa domenica, nella Basilica Vaticana, in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Benedetto XVI ha celebrato l’Eucaristia con la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, durante la quale ha imposto il Pallio a 40 Arcivescovi metropoliti.
Pubblichiamo di seguito le parole di introduzione del Santo Padre all’omelia del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, il testo dell’omelia del Patriarca e quello dell’omelia del Papa.

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INTRODUZIONE DEL SANTO PADRE ALL’OMELIA DEL PATRIARCA

Fratelli e Sorelle,

la grande festa dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Chiesa di Roma e posti a fondamento, insieme agli altri Apostoli, della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, ci porta ogni anno la gradita presenza di una Delegazione fraterna della Chiesa di Costantinopoli, che quest’anno, per la coincidenza con l’apertura dell’"Anno Paolino", è guidata dallo stesso Patriarca, Sua Santità Bartolomeo I. A lui rivolgo il mio cordiale saluto, mentre esprimo la gioia di avere ancora una volta la felice opportunità di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell’"unitatis redintegratio", il giorno della piena comunione tra noi.

Saluto pure i membri della Delegazione patriarcale, come anche i Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che ci onorano della loro presenza, offrendo con ciò un segno della volontà di intensificare il cammino verso la piena unità tra i discepoli di Cristo. Ci disponiamo ora ad ascoltare le riflessioni di Sua Santità il Patriarca Ecumenico, parole che vogliamo accogliere con il cuore aperto, perché ci vengono dal nostro Fratello amato nel Signore.


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OMELIA DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I

Santità,

avendo ancora viva la gioia e l’emozione della personale e benedetta partecipazione di Vostra Santità alla Festa Patronale di Costantinopoli, nella memoria di San Andrea Apostolo, il Primo Chiamato, nel novembre del 2006, ci siamo mossi "con passo esultante", dal Fanar della Nuova Roma, per venire presso di Voi, per partecipare alla Vostra gioia nella Festa Patronale della Antica Roma. E siamo giunti presso di Voi "con la pienezza della Benedizione del Vangelo di Cristo" (Rom. 15,29), restituendo l’onore e l’amore, festeggiando insieme col nostro prediletto Fratello nella terra d’Occidente, "i sicuri e ispirati araldi, i Corifei dei Discepoli del Signore", i Santi Apostoli Pietro, fratello di Andrea, e Paolo - queste due immense, centrali colonne elevate verso il cielo, di tutta quanta la Chiesa, le quali – in questa storica città, - hanno dato anche l’ultima lampante confessione di Cristo e qui hanno reso la loro anima al Signore con il martirio, uno attraverso la croce e l’altro per mezzo della spada, santificandola.

Salutiamo quindi, con profondissimo e devoto amore, da parte della Santissima Chiesa di Costantinopoli e dei suoi figli sparsi nel mondo, la Vostra Santità, desiderato Fratello, augurando dal cuore "a quanti sono in Roma amati da Dio" (Rom. 1,7), di godere buona salute, pace, prosperità, e di progredire giorno e notte verso la salvezza "ferventi nello spirito, servendo il Signore, lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rom. 12, 11-12).

In entrambe le Chiese, Santità, onoriamo debitamente e veneriamo tanto colui che ha dato una confessione salvifica della Divinità di Cristo, Pietro, quanto il vaso di elezione, Paolo, il quale ha proclamato questa confessione e fede fino ai confini dell’universo, in mezzo alle più inimmaginabili difficoltà e pericoli. Festeggiamo la loro memoria, dall’anno di salvezza 258 in avanti, il 29 giugno, in Occidente e in Oriente, dove nei giorni che precedono, secondo la tradizione della Chiesa antica, in Oriente ci siamo preparati anche per mezzo del digiuno, osservato in loro onore. Per sottolineare maggiormente l’uguale loro valore, ma anche per il loro peso nella Chiesa e nella sua opera rigeneratrice e salvifica durante i secoli, l’Oriente li onora abitualmente anche attraverso un’icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l’un l’altro e si scambiano il bacio in Cristo.

Proprio questo bacio siamo venuti a scambiare con Voi, Santità, sottolineando l’ardente desiderio in Cristo e l’amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri.

Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese "in fede, verità e amore", grazie all’aiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle note problematiche. Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio.

Tale desiderio sappiamo bene essere anche il Vostro, come siamo anche certi che Vostra Santità non tralascerà nulla lavorando di persona, assieme ai suoi illustri collaboratori attraverso un perfetto appianamento della via, verso un positivo completamento a Dio piacente, dei lavori del Dialogo.

Santità, abbiamo proclamato l’anno 2008, "Anno dell’Apostolo Paolo", così come anche Voi fate del giorno odierno fino all’anno prossimo, nel compimento dei duemila anni dalla nascita del Grande Apostolo. Nell’ambito delle relative manifestazioni per l’anniversario, in cui abbiamo pure venerato il preciso luogo del Suo Martirio, programmiamo tra le altre cose un sacro pellegrinaggio ad alcuni monumenti della attività evangelica dell’Apostolo in Oriente, come Efeso, Perge, ed altre città dell’Asia Minore, ma anche Rodi e Creta, alla località chiamata "Buoni Porti". Siate sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo un’ardente preghiera per Voi e per i nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e intercessione del divino Paolo al Signore per Voi.

E ora, venerando i patimenti e la croce di Pietro e abbracciando la catena e le stigmate di Paolo, onorando la confessione e il martirio e la venerata morte di entrambi per il Nome del Signore, che porta veramente alla Vita, glorifichiamo il Dio Tre volte Santo e lo supplichiamo, affinché per l’intercessione dei suoi Protocorifei Apostoli, doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù "l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo" nel "legame della pace" e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia. Amen.


* * *

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!

Fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Come tali li canta l’inno dei secondi Vespri che risale a Paolino di Aquileia (+ 806): «O Roma felix – Roma felice, adornata di porpora dal sangue prezioso di Principi tanto grandi. Tu superi ogni bellezza del mondo, non per merito tuo, ma per il merito dei santi che hai ucciso con la spada sanguinante». Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia. Non si presenta come accusa, ma come «luce aurea», secondo le parole dell’inno dei primi Vespri: si presenta come forza dell’amore che supera l’odio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità. Per il loro martirio, essi – Pietro e Paolo – fanno adesso parte di Roma: mediante il martirio anche Pietro è diventato cittadino romano per sempre. Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dell’egoismo degli uomini.

In virtù del loro martirio, Pietro e Paolo sono in reciproco rapporto per sempre. Un’immagine preferita dell’iconografia cristiana è l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio. Possiamo dire: il loro stesso martirio, nel più profondo, è la realizzazione di un abbraccio fraterno. Essi muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola. Negli scritti del Nuovo Testamento possiamo, per così dire, seguire lo sviluppo del loro abbraccio, questo fare unità nella testimonianza e nella missione. Tutto inizia quando Paolo, tre anni dopo la sua conversione, va a Gerusalemme, «per consultare Cefa» (Gal 1,18). Quattordici anni dopo, egli sale di nuovo a Gerusalemme, per esporre «alle persone più ragguardevoli» il Vangelo che egli predica, per non trovarsi nel rischio «di correre o di aver corso invano» (Gal 2,1s). Alla fine di questo incontro, Giacomo, Cefa e Giovanni gli danno la destra, confermando così la comunione che li congiunge nell’unico Vangelo di Gesù Cristo (Gal 2,9). Un bel segno di questo interiore abbraccio in crescita, che si sviluppa nonostante la diversità dei temperamenti e dei compiti, lo trovo nel fatto che i collaboratori menzionati alla fine della Prima Lettera di san Pietro – Silvano e Marco – sono collaboratori altrettanto stretti di san Paolo. Nella comunanza dei collaboratori si rende visibile in modo molto concreto la comunione dell’unica Chiesa, l’abbraccio dei grandi Apostoli.

Almeno due volte Pietro e Paolo si sono incontrati a Gerusalemme; alla fine il percorso di ambedue sbocca a Roma. Perché? È questo forse qualcosa di più di un puro caso? Vi è contenuto forse un messaggio duraturo? Paolo arrivò a Roma come prigioniero, ma allo stesso tempo come cittadino romano che, dopo l’arresto in Gerusalemme, proprio in quanto tale aveva fatto ricorso all’imperatore, al cui tribunale fu portato. Ma in un senso ancora più profondo, Paolo è venuto volontariamente a Roma. Mediante la più importante delle sue Lettere si era già avvicinato interiormente a questa città: alla Chiesa in Roma aveva indirizzato lo scritto che più di ogni altro è la sintesi dell’intero suo annuncio e della sua fede. Nel saluto iniziale della Lettera dice che della fede dei cristiani di Roma parla tutto il mondo e che questa fede, quindi, è nota ovunque come esemplare (Rm 1,8). E scrive poi: «Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi, ma finora ne sono stato impedito» (1,13). Alla fine della Lettera riprende questo tema parlando ora del suo progetto di andare fino in Spagna. «Quando andrò in Spagna spero, passando, di vedervi, e di esser da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza» (15,24). «E so che, giungendo presso di voi, verrò con la pienezza della benedizione di Cristo» (15,29). Sono due cose che qui si rendono evidenti: Roma è per Paolo una tappa sulla via verso la Spagna, cioè – secondo il suo concetto del mondo – verso il lembo estremo della terra. Considera sua missione la realizzazione del compito ricevuto da Cristo di portare il Vangelo sino agli estremi confini del mondo. In questo percorso ci sta Roma. Mentre di solito Paolo va soltanto nei luoghi in cui il Vangelo non è ancora annunciato, Roma costituisce un’eccezione. Lì egli trova una Chiesa della cui fede parla il mondo. L’andare a Roma fa parte dell’universalità della sua missione come inviato a tutti i popoli. La via verso Roma, che già prima del suo viaggio esterno egli ha percorso interiormente con la sua Lettera, è parte integrante del suo compito di portare il Vangelo a tutte le genti – di fondare la Chiesa cattolica, universale. L’andare a Roma è per lui espressione della cattolicità della sua missione. Roma deve rendere visibile la fede a tutto il mondo, deve essere il luogo dell’incontro nell’unica fede.

Ma perché Pietro è andato a Roma? Su ciò il Nuovo Testamento non si pronuncia in modo diretto. Ci dà tuttavia qualche indicazione. Il Vangelo di san Marco, che possiamo considerare un riflesso della predicazione di san Pietro, è intimamente orientato verso il momento in cui il centurione romano, di fronte alla morte in croce di Gesù Cristo, dice: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39). Presso la Croce si svela il mistero di Gesù Cristo. Sotto la Croce nasce la Chiesa delle genti: il centurione del plotone romano di esecuzione riconosce in Cristo il Figlio di Dio. Gli Atti degli Apostoli descrivono come tappa decisiva per l’ingresso del Vangelo nel mondo dei pagani l’episodio di Cornelio, il centurione della coorte italica. Dietro un comando di Dio, egli manda qualcuno a prendere Pietro e questi, seguendo pure lui un ordine divino, va nella casa del centurione e predica. Mentre sta parlando, lo Spirito Santo scende sulla comunità domestica radunata e Pietro dice: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l'acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (At 10,47). Così, nel Concilio degli Apostoli, Pietro diventa l’intercessore per la Chiesa dei pagani i quali non hanno bisogno della Legge, perché Dio ha «purificato i loro cuori con la fede» (At 15,9). Certo, nella Lettera ai Galati Paolo dice che Dio ha dato a Pietro la forza per il ministero apostolico tra i circoncisi, a lui, Paolo, invece per il ministero tra i pagani (2,8). Ma questa assegnazione poteva essere in vigore soltanto finché Pietro rimaneva con i Dodici a Gerusalemme nella speranza che tutto Israele aderisse a Cristo. Di fronte all’ulteriore sviluppo, i Dodici riconobbero l’ora in cui anch’essi dovevano incamminarsi verso il mondo intero, per annunciargli il Vangelo. Pietro che, secondo l’ordine di Dio, per primo aveva aperto la porta ai pagani lascia ora la presidenza della Chiesa cristiano-giudaica a Giacomo il minore, per dedicarsi alla sua vera missione: al ministero per l’unità dell’unica Chiesa di Dio formata da giudei e pagani. Il desiderio di san Paolo di andare a Roma sottolinea – come abbiamo visto – tra le caratteristiche della Chiesa soprattutto la parola «catholica». Il cammino di san Pietro verso Roma, come rappresentante dei popoli del mondo, sta soprattutto sotto la parola «una»: il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli. Ed è questa la missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore. Grazie alla tecnica dappertutto uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di interessi comuni, esistono oggi nel mondo modi nuovi di unità, che però fanno esplodere anche nuovi contrasti e danno nuovo impeto a quelli vecchi. In mezzo a questa unità esterna, basata sulle cose materiali, abbiamo tanto più bisogno dell’unità interiore, che proviene dalla pace di Dio – unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle. È questa la missione permanente di Pietro e anche il compito particolare affidato alla Chiesa di Roma.

Cari Confratelli nell’Episcopato! Vorrei ora rivolgermi a voi che siete venuti a Roma per ricevere il pallio come simbolo della vostra dignità e della vostra responsabilità di Arcivescovi nella Chiesa di Gesù Cristo. Il pallio è stato tessuto con la lana di pecore, che il Vescovo di Roma benedice ogni anno nella festa della Cattedra di Pietro, mettendole con ciò, per così dire, da parte affinché diventino un simbolo per il gregge di Cristo, che voi presiedete. Quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta all’ovile. I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso. Nell’incarnazione Egli ha preso tutti noi – la pecorella «uomo» – sulle sue spalle. Egli, la Parola eterna, il vero Pastore dell’umanità, ci porta; nella sua umanità porta ciascuno di noi sulle sue spalle. Sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa. Ma Egli vuole avere anche degli uomini che «portino» insieme con Lui. Essere Pastore nella Chiesa di Cristo significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria. Quando lo indossiamo, Egli ci chiede: «Porti, insieme con me, anche tu coloro che mi appartengono? Li porti verso di me, verso Gesù Cristo?» E allora ci viene in mente il racconto dell’invio di Pietro da parte del Risorto. Il Cristo risorto collega l’ordine: «Pasci le mie pecorelle» inscindibilmente con la domanda: «Mi ami, mi ami tu più di costoro?». Ogni volta che indossiamo il pallio del Pastore del gregge di Cristo dovremmo sentire questa domanda: «Mi ami tu?» e dovremmo lasciarci interrogare circa il di più d’amore che Egli si aspetta dal Pastore.

Così il pallio diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui – diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui, insieme con Lui: quelli che sono in ricerca, che hanno delle domande, quelli che sono sicuri di sé e gli umili, i semplici e i grandi; diventa simbolo della chiamata ad amare tutti loro con la forza di Cristo e in vista di Cristo, affinché possano trovare Lui e in Lui se stessi. Ma il pallio, che ricevete «dalla» tomba di san Pietro, ha ancora un secondo significato, inscindibilmente connesso col primo. Per comprenderlo può esserci di aiuto una parola della Prima Lettera di san Pietro. Nella sua esortazione ai presbiteri di pascere il gregge in modo giusto, egli – san Pietro – qualifica se stesso synpresbýteros – con-presbitero (5,1). Questa formula contiene implicitamente un’affermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui, appartengono al comune ministero dei Pastori della Chiesa di Gesù Cristo, un ministero che continua in loro. Ma questo "con" ha ancora due altri significati. Esprime anche la realtà che indichiamo oggi con la parola «collegialità» dei Vescovi. Tutti noi siamo con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo. Stiamo nella successione degli Apostoli solo grazie all’essere nella comunione del collegio, nel quale trova la sua continuazione il collegio degli Apostoli. La comunione, il "noi" dei Pastori fa parte dell’essere Pastori, perché il gregge è uno solo, l’unica Chiesa di Gesù Cristo. E infine, questo "con" rimanda anche alla comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dell’unità. Così il pallio ci parla della cattolicità della Chiesa, della comunione universale di Pastore e gregge. E ci rimanda all’apostolicità: alla comunione con la fede degli Apostoli, sulla quale è fondata la Chiesa. Ci parla della ecclesia una, catholica, apostolica e naturalmente, legandoci a Cristo, ci parla proprio anche del fatto che la Chiesa è sancta e che il nostro operare è un servizio alla sua santità.

Ciò mi fa ritornare, infine, ancora a san Paolo e alla sua missione. Egli ha espresso l’essenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase straordinariamente bella. Egli si sa chiamato «a servire come liturgo di Gesù Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,6). Solo in questo versetto Paolo usa la parola «hierourgein» – amministrare da sacerdote – insieme con «leitourgós» – liturgo: egli parla della liturgia cosmica, in cui il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito Santo. Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di san Paolo e della nostra missione. A tale ministero il Signore ci chiama. Preghiamo in questa ora, affinché Egli ci aiuti a svolgerlo in modo giusto, a diventare veri liturghi di Gesù Cristo. Amen.

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


Celebrazione dei primi Vespri per l'apertura dell'Anno Paolino

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo delle omelie pronunciate da Benedetto XVI e dal Patriarca Ecumenico Bartolomeo I durante la celebrazione dei primi Vespri della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in occasione dell’apertura dell’Anno Paolino, tenutasi sabato presso la Basilica di San Paolo fuori le Mura.


* * *

Santità e Delegati fraterni,
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle,

siamo riuniti presso la tomba di san Paolo, il quale nacque, duemila anni fa, a Tarso di Cilicia, nell’odierna Turchia. Chi era questo Paolo? Nel tempio di Gerusalemme, davanti alla folla agitata che voleva ucciderlo, egli presenta se stesso con queste parole: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città [Gerusalemme], formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio…» (At 22,3). Alla fine del suo cammino dirà di sé: «Sono stato fatto… maestro delle genti nella fede e nella verità» (1Tm 2,7; cfr 2Tm 1,11). Maestro delle genti, apostolo e banditore di Gesù Cristo, così egli caratterizza se stesso in uno sguardo retrospettivo al percorso della sua vita. Ma con ciò lo sguardo non va soltanto verso il passato. «Maestro delle genti» – questa parola si apre al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi.

Siamo quindi riuniti non per riflettere su una storia passata, irrevocabilmente superata. Paolo vuole parlare con noi – oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale "Anno Paolino": per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, «la fede e la verità», in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo. In questa prospettiva ho voluto accendere, per questo bimillenario della nascita dell’Apostolo, una speciale "Fiamma Paolina", che resterà accesa durante tutto l’anno in uno speciale braciere posto nel quadriportico della Basilica. Per solennizzare questa ricorrenza ho anche inaugurato la cosiddetta "Porta Paolina", attraverso la quale sono entrato nella Basilica accompagnato dal Patriarca di Costantinopoli, dal Cardinale Arciprete e da altre Autorità religiose. È per me motivo di intima gioia che l’apertura dell’"Anno Paolino" assuma un particolare carattere ecumenico per la presenza di numerosi delegati e rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che accolgo con cuore aperto. Saluto in primo luogo Sua Santità il Patriarca Bartolomeo I e i membri della Delegazione che lo accompagna, come pure il folto gruppo di laici che da varie parti del mondo sono venuti a Roma per vivere con Lui e con tutti noi questi momenti di preghiera e di riflessione. Saluto i Delegati Fraterni delle Chiese che hanno un vincolo particolare con l’apostolo Paolo - Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia - e che formano l’ambiente geografico della vita dell’Apostolo prima del suo arrivo a Roma. Saluto cordialmente i Fratelli delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Oriente ed Occidente, insieme a tutti voi che avete voluto prendere parte a questo solenne inizio dell’"Anno" dedicato all’Apostolo delle Genti.

Siamo dunque qui raccolti per interrogarci sul grande Apostolo delle genti. Ci chiediamo non soltanto: Chi era Paolo? Ci chiediamo soprattutto: Chi è Paolo? Che cosa dice a me? In questa ora, all’inizio dell’"Anno Paolino" che stiamo inaugurando, vorrei scegliere dalla ricca testimonianza del Nuovo Testamento tre testi, in cui appare la sua fisionomia interiore, lo specifico del suo carattere. Nella Lettera ai Galati egli ci ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore davanti ai lettori di tutti i tempi e rivela quale sia la molla più intima della sua vita. «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro. La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora, che cioè Cristo si è donato per lui. La sua fede è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore. E così questa stessa fede è amore per Gesù Cristo.

Da molti Paolo viene presentato come uomo combattivo che sa maneggiare la spada della parola. Di fatto, sul suo cammino di apostolo non sono mancate le dispute. Non ha cercato un’armonia superficiale. Nella prima delle sue Lettere, quella rivolta ai Tessalonicesi, egli stesso dice: «Abbiamo avuto il coraggio … di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte … Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete» (1Ts 2,2.5). La verità era per lui troppo grande per essere disposto a sacrificarla in vista di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato nell‘incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro. I concetti fondanti del suo annuncio si comprendono unicamente in base ad esso. Prendiamo soltanto una delle sue parole-chiave: la libertà. L’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana – quell’esperienza abbracciava tutto. Paolo era libero come uomo amato da Dio che, in virtù di Dio, era in grado di amare insieme con Lui. Questo amore è ora la «legge» della sua vita e proprio così è la libertà della sua vita. Egli parla ed agisce mosso dalla responsabilità dell’amore. Libertà e responsabilità sono qui uniti in modo inscindibile. Poiché sta nella responsabilità dell’amore, egli è libero; poiché è uno che ama, egli vive totalmente nella responsabilità di questo amore e non prende la libertà come pretesto per l’arbitrio e l’egoismo. Nello stesso spirito Agostino ha formulato la frase diventata poi famosa: Dilige et quod vis fac (Tract. in 1Jo 7 ,7-8) – ama e fa’ quello che vuoi. Chi ama Cristo come lo ha amato Paolo, può veramente fare quello che vuole, perché il suo amore è unito alla volontà di Cristo e così alla volontà di Dio; perché la sua volontà è ancorata alla verità e perché la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio dell’io autonomo, ma è integrata nella libertà di Dio e da essa riceve la strada da percorrere.

Nella ricerca della fisionomia interiore di san Paolo vorrei, in secondo luogo, ricordare la parola che il Cristo risorto gli rivolse sulla strada verso Damasco. Prima il Signore gli chiede: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» Alla domanda: «Chi sei, o Signore?» vien data la risposta: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9,4s). Perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù. «Tu perseguiti me». Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo. Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti «la sua causa». La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa. In essa non si tratta di una causa. In essa si tratta della persona di Gesù Cristo, che anche da Risorto è rimasto «carne». Egli ha «carne e ossa» (Lc 24, 39), lo afferma in Luca il Risorto davanti ai discepoli che lo avevano considerato un fantasma. Egli ha un corpo. È personalmente presente nella sua Chiesa, «Capo e Corpo» formano un unico soggetto, dirà Agostino. «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?», scrive Paolo ai Corinzi (1Cor 6,15). E aggiunge: come, secondo il Libro della Genesi, l’uomo e la donna diventano una carne sola, così Cristo con i suoi diventa un solo spirito, cioè un unico soggetto nel mondo nuovo della risurrezione (cfr 1Cor 6,16ss). In tutto ciò traspare il mistero eucaristico, nel quale Cristo dona continuamente il suo Corpo e fa di noi il suo Corpo: «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1Cor 10,16s). Con queste parole si rivolge a noi, in quest’ora, non soltanto Paolo, ma il Signore stesso: Come avete potuto lacerare il mio Corpo? Davanti al volto di Cristo, questa parola diventa al contempo una richiesta urgente: Riportaci insieme da tutte le divisioni. Fa’ che oggi diventi nuovamente realtà: C'è un solo pane, perciò noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Per Paolo la parola sulla Chiesa come Corpo di Cristo non è un qualsiasi paragone. Va ben oltre un paragone. «Perché mi perseguiti?» Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me.

Vorrei concludere con una parola tarda di san Paolo, una esortazione a Timoteo dalla prigione, di fronte alla morte. «Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo», dice l’apostolo al suo discepolo (2Tm 1,8). Questa parola, che sta alla fine delle vie percorse dall’apostolo come un testamento, rimanda indietro all’inizio della sua missione. Mentre, dopo il suo incontro con il Risorto, Paolo si trovava cieco nella sua abitazione a Damasco, Anania ricevette l’incarico di andare dal persecutore temuto e di imporgli le mani, perché riavesse la vista. All’obiezione di Anania che questo Saulo era un persecutore pericoloso dei cristiani, viene la risposta: Quest’uomo deve portare il mio nome dinanzi ai popoli e ai re. «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15s). L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione. In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede. Non c’è amore senza sofferenza – senza la sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore. L’Eucaristia – il centro del nostro essere cristiani – si fonda nel sacrificio di Gesù per noi, è nata dalla sofferenza dell’amore, che nella Croce ha trovato il suo culmine. Di questo amore che si dona noi viviamo. Esso ci dà il coraggio e la forza di soffrire con Cristo e per Lui in questo mondo, sapendo che proprio così la nostra vita diventa grande e matura e vera. Alla luce di tutte le lettere di san Paolo vediamo come nel suo cammino di maestro delle genti si sia compiuta la profezia fatta ad Anania nell’ora della chiamata: «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». La sua sofferenza lo rende credibile come maestro di verità, che non cerca il proprio tornaconto, la propria gloria, l’appagamento personale, ma si impegna per Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per tutti noi.

In questa ora ringraziamo il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi, e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo. San Paolo, prega per noi! Amen.

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


* * *

OMELIA DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I

Santità, amato Fratello in Cristo,
e voi tutti, fedeli nel Signore,

Animati da una gioia colma di solennità, ci troviamo, per la preghiera dei Vespri, in questo antico e splendido tempio di San Paolo fuori le Mura, in presenza di numerosi e devoti pellegrini venuti da tutto il mondo, per la lieta inaugurazione formale dell’Anno di San Paolo, Apostolo dei Gentili.

La radicale conversione ed il kerygma apostolico di Saulo di Tarso hanno "scosso" la storia nel senso letterale del termine ed hanno scolpito l’identità stessa della cristianità. Questo grande uomo ha esercitato un influsso profondo sui Padri classici della Chiesa, come San Giovanni Crisostomo, in Oriente, e Sant’Agostino di Ippona, in Occidente. Sebbene non avesse mai incontrato Gesù di Nazaret, San Paolo ricevette direttamente il Vangelo «per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1, 1112).

Questo sacro luogo fuori le Mura è senza dubbio quanto mai appropriato per commemorare e celebrare un uomo che stabilì un connubio tra lingua greca e mentalità romana del suo tempo, spogliando la cristianità, una volta per tutte, da ogni ristrettezza mentale, e forgiando per sempre il fondamento cattolico della Chiesa ecumenica.

Auspichiamo che la vita e le Lettere di San Paolo continuino ad essere per noi fonte di ispirazione «affinché tutte le genti obbediscano alla fede in Cristo» (cfr. Rom 16,27).

  





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