Caro direttore,
davanti alle polemiche che hanno coinvolto il Santo Padre, e alle accuse e alle minacce che gli sono state riversate addosso, il nostro primo desiderio è quello di stargli vicino nella sofferenza e nella preghiera.
Siamo sicuri che egli sta affidando la sua causa al Signore Gesù, convinto che nel cuore «mite e docile» del nostro Salvatore, possono trovar posto tutte le successive precisazioni, tutto quello che può ancora accadere.
Il Papa sa di essere sulla terra segno e incarnazione dell’amore universale con cui Dio Padre guarda tutti i suoi figli e siamo sicuri che egli è rimasto saldamente in questo amore, nel momento in cui ha voluto dialogare, spiegare e anche correggere.
La verità che Benedetto XVI ha voluto ricordare a cristiani e non cristiani è assieme semplice e altissima: quando la ragione e la fede maturano in pienezza scoprono quanto sia ragionevole e quanto sia «rivelata» la certezza che Dio non può amare la violenza: in nessuna sua forma e sotto nessun pretesto, meno che mai in Suo nome.
Certamente c’è in questa certezza (di fede e di ragione) un inevitabile giudizio che il Papa non poteva tacere: il giudizio che, in tempi, luoghi, modalità e sistemi religiosi diversi, noi uomini abbiamo attribuito a Dio un volto violento e crudele.
E ciò produce effetti nefasti quando noi uomini pretendiamo di incarnare la sua forza, facendoci combattenti in nome suo: pretendiamo allora di amarlo e di farlo amare con la nostra violenza.
Quel che c’è di più tragico nelle accuse e nelle minacce rivolte al Papa è appunto l’intrinseca e assurda contraddizione in cui i suoi contestatori si dibattono: a chi avverte che in certe religioni si giustifica ancora la violenza, rispondere minacciando violenza (dandogli quindi paradossalmente ragione, con ogni evidenza).
Forse l’antica citazione usata dal Papa non è stata opportuna nella sua brusca interezza - dato che il Papa stesso ha affermato di non condividerla - ma l’insegnamento a cui essa mirava era peraltro chiarissimo: la violenza è cattiva e ingiusta tanto più se la si crede avallata dai propri testi sacri.
Quando ciò accade (e accade anche nel Vecchio Testamento, ed è accaduto anche nella storia cristiana!) ciò significa soltanto che i testi sacri hanno bisogno di una rinnovata e più profonda lettura d’amore: una lettura capace di illuminare i testi più oscuri con quelli più luminosi e salvifici.
Solo questo voleva ricordare il Papa offrendosi al dialogo con tutti a partire dalla sua passione cristiana: quella fondata sull’annuncio meraviglioso che il logos, cioè l’eterna sapienza di Dio, si è fatto carne per amore, e per amore ha dato se stesso. E la sua unica forza è quella del dono.
Siamo sicuri che egli sta affidando la sua causa al Signore Gesù, convinto che nel cuore «mite e docile» del nostro Salvatore, possono trovar posto tutte le successive precisazioni, tutto quello che può ancora accadere.
Il Papa sa di essere sulla terra segno e incarnazione dell’amore universale con cui Dio Padre guarda tutti i suoi figli e siamo sicuri che egli è rimasto saldamente in questo amore, nel momento in cui ha voluto dialogare, spiegare e anche correggere.
La verità che Benedetto XVI ha voluto ricordare a cristiani e non cristiani è assieme semplice e altissima: quando la ragione e la fede maturano in pienezza scoprono quanto sia ragionevole e quanto sia «rivelata» la certezza che Dio non può amare la violenza: in nessuna sua forma e sotto nessun pretesto, meno che mai in Suo nome.
Certamente c’è in questa certezza (di fede e di ragione) un inevitabile giudizio che il Papa non poteva tacere: il giudizio che, in tempi, luoghi, modalità e sistemi religiosi diversi, noi uomini abbiamo attribuito a Dio un volto violento e crudele.
E ciò produce effetti nefasti quando noi uomini pretendiamo di incarnare la sua forza, facendoci combattenti in nome suo: pretendiamo allora di amarlo e di farlo amare con la nostra violenza.
Quel che c’è di più tragico nelle accuse e nelle minacce rivolte al Papa è appunto l’intrinseca e assurda contraddizione in cui i suoi contestatori si dibattono: a chi avverte che in certe religioni si giustifica ancora la violenza, rispondere minacciando violenza (dandogli quindi paradossalmente ragione, con ogni evidenza).
Forse l’antica citazione usata dal Papa non è stata opportuna nella sua brusca interezza - dato che il Papa stesso ha affermato di non condividerla - ma l’insegnamento a cui essa mirava era peraltro chiarissimo: la violenza è cattiva e ingiusta tanto più se la si crede avallata dai propri testi sacri.
Quando ciò accade (e accade anche nel Vecchio Testamento, ed è accaduto anche nella storia cristiana!) ciò significa soltanto che i testi sacri hanno bisogno di una rinnovata e più profonda lettura d’amore: una lettura capace di illuminare i testi più oscuri con quelli più luminosi e salvifici.
Solo questo voleva ricordare il Papa offrendosi al dialogo con tutti a partire dalla sua passione cristiana: quella fondata sull’annuncio meraviglioso che il logos, cioè l’eterna sapienza di Dio, si è fatto carne per amore, e per amore ha dato se stesso. E la sua unica forza è quella del dono.
padre Antonio Maria Sicari
responsabile Movimento Ecclesiale
Carmelitano
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).



















