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Mercoledì, 15 Ottobre : 2008 LORENZO MONDO, La Stampa
La giustizia e i conti della serva
Quella che chiamiamo per inveterata abitudine la giustizia italiana non finisce di mostrare le sue fattezze volatili, evaporanti. Rinfoderata (meno male) la spada e accantonata la bilancia, che è un onesto, indispensabile arnese, è in cerca di un simbolo aggiornato. Cosa sarà mai? Una porta spalancata e circonfusa di raggi?
O il libero volo di un uccello, non necessariamente rapace? Torniamo a parlare di giustizia, superando un’indicibile noia, perché oggi è stata concessa la semilibertà a un uomo di 35 anni che si chiama Pietro Maso e non è un personaggio da poco. Diciassette anni fa, nel Veronese, ha massacrato padre e madre per impadronirsi dei loro risparmi. Poi, per crearsi un alibi, è andato a distrarsi in discoteca. La condanna a trent’anni era sembrata una pena non particolarmente crudele per tanto orrore. Ma un giudice di sorveglianza ha stabilito che 16 anni potevano bastare, non si sa in base a quali motivazioni, quelle almeno che, fuor dalle scartoffie, appaiono comprensibili alla gente comune. Viene il fondato sospetto che certe scarcerazioni siano il frutto di automatismi computistici, i quali, absit iniuria, pareggiano le operazioni del magistrato agli elementari «conti della serva». Tanto per il previsto sconto di pena, tanto per la buona condotta, tanto per l’indulto e, di sottrazione in sottrazione, il detenuto torna libero anzitempo, contento lui e chi ha firmato l’ordinanza.
Certo, Pietro Maso non ha altri genitori da ammazzare, e magari si è anche pentito del suo delitto. Ma sfugge per lo più alla considerazione di giuristi e pedagogisti che il benedetto «recupero» di un delinquente passa anche nella sua accettazione della pena, della privazione, sia pure mite, non afflittiva, della libertà. Toccando terra e senza addentrarci nel labirinto dell’animo umano, osserviamo come sempre più venga meno in questo Paese la certezza della pena, a causa di provvedimenti che diventano stimolo al malfare e offesa per le vittime, silenti e dimenticate. Con grave detrimento della coesione sociale, se un’opinione pubblica (in molti casi attanagliata dalla paura) è indotta a chiedere sanzioni esorbitanti e vendicative o a chiudersi in un sentimento di scettica, sconfortata inappartenenza nei confronti delle istituzioni. Non c’è da stupirsene davanti allo spettacolo di una giustizia, quella vera e intemerata, costretta a scantonare, con il volto velato per la vergogna.
O il libero volo di un uccello, non necessariamente rapace? Torniamo a parlare di giustizia, superando un’indicibile noia, perché oggi è stata concessa la semilibertà a un uomo di 35 anni che si chiama Pietro Maso e non è un personaggio da poco. Diciassette anni fa, nel Veronese, ha massacrato padre e madre per impadronirsi dei loro risparmi. Poi, per crearsi un alibi, è andato a distrarsi in discoteca. La condanna a trent’anni era sembrata una pena non particolarmente crudele per tanto orrore. Ma un giudice di sorveglianza ha stabilito che 16 anni potevano bastare, non si sa in base a quali motivazioni, quelle almeno che, fuor dalle scartoffie, appaiono comprensibili alla gente comune. Viene il fondato sospetto che certe scarcerazioni siano il frutto di automatismi computistici, i quali, absit iniuria, pareggiano le operazioni del magistrato agli elementari «conti della serva». Tanto per il previsto sconto di pena, tanto per la buona condotta, tanto per l’indulto e, di sottrazione in sottrazione, il detenuto torna libero anzitempo, contento lui e chi ha firmato l’ordinanza.
Certo, Pietro Maso non ha altri genitori da ammazzare, e magari si è anche pentito del suo delitto. Ma sfugge per lo più alla considerazione di giuristi e pedagogisti che il benedetto «recupero» di un delinquente passa anche nella sua accettazione della pena, della privazione, sia pure mite, non afflittiva, della libertà. Toccando terra e senza addentrarci nel labirinto dell’animo umano, osserviamo come sempre più venga meno in questo Paese la certezza della pena, a causa di provvedimenti che diventano stimolo al malfare e offesa per le vittime, silenti e dimenticate. Con grave detrimento della coesione sociale, se un’opinione pubblica (in molti casi attanagliata dalla paura) è indotta a chiedere sanzioni esorbitanti e vendicative o a chiudersi in un sentimento di scettica, sconfortata inappartenenza nei confronti delle istituzioni. Non c’è da stupirsene davanti allo spettacolo di una giustizia, quella vera e intemerata, costretta a scantonare, con il volto velato per la vergogna.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).



















