 | Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo |  |
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 Re: La Thyssen:"Cause da accertare"- Post aperto
Venerdì, 14 Dicembre 2007 -11:39
INCENDIO ALLA THYSSENKRUPP DI TERNI,
NESSUN FERITO
ROMA - Nuovo incendio in un impianto della Thyssenkrupp, azienda dove lavoravano i quattro operai morti in seguito all'incendio sviluppatosi a Torino. Questa volta - secondo quanto riferiscono i vigili del fuoco - a prender fuoco é stata una cappa di aspirazione, all'esterno del reparto di finitura, di una sede distaccata dell'azienda a Terni. L'incendio, che non ha provocato né feriti né danni alle strutture, è stato immediatamente spento dai Vigili del fuoco. Lo stabilimento, che non è la sede centrale delle ex acciaierie di Terni, si trova nella zona industriale di Vocabolo Sabbione.
Ultima modifica di Redazione il 16 Dic 2007 12:53, modificato 1 volta in totale
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 Re: La Thyssen:"Cause da accertare"- Post aperto
Domenica, 16 Dicembre 2007 -10:38
INCIDENTI LAVORO: THYSSENKRUPP;
MORTO QUINTO OPERAIO
TORINO - Sale a cinque il bilancio delle vittime dell'incendio all'acciaieria torinese della Thyssenkrupp. Stamani è morto all'ospedale Molinette di Torino Rocco Marzo, 54 anni, il capoturno che insieme con i colleghi della linea 5 era stato investito dall'olio bollente e infiammato. Era sposato e padre di due figli, uno di 26 e uno di 22 anni. Nell'incendio aveva riportato ustioni sull'80% del corpo. Ancora più estese le ustioni degli ultimi due operai tuttora in vita, Giuseppe Demasi, e Rosario Rodinò, entrambi di 26 anni. Il primo è ricoverato al Centro grandi ustionati del Cto di Torino e l'altro all'ospedale Villa Scassi di Genova. Il rogo alla ThyssenKrupp si era verificato nella notte fra il 5 e il 6 dicembre scorsi. Fu provocato, secondo quanto stabilito dalle perizie, dalla rottura di un manicotto in cui scorreva olio dopo che si era verificato un principio di incendio. In questi dieci giorni i medici del Cto hanno sottoposto Marzo, che era ormai prossimo alla pensione, a due interventi chirurgici, martedì e venerdì scorsi, per togliergli lembi di pelle necrotizzata. Le sue condizioni erano apparse però subito gravissime.
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 Re: Thyssen:"MORTO QUINTO OPERAIO"- Post aggiornam
Mercoledì, 19 Dicembre 2007 - 09:22
MORTO IL SESTO OPERAIO DELLA THYSSENKRUPP
GENOVA - E' morto Rosario Rodino', l'operaio di 26 anni rimasto gravemente ferito nell'incendio scoppiato all'acciaieria ThyssenKrupp di Torino e ricoverato presso il reparto grandi ustionati dell'ospedale Villa Scassi di Genova. A darne notizia e' la direzione sanitaria del nosocomio.
Il rogo si era sviluppato nella notte fra il 5 e il 6 dicembre scorso nello stabilimento torinese della multinazionale. Il nome di Rodinò si va aggiungere alla lista che già annovera Antonio Schiavone, 36 anni, Roberto Scola (23), Angelo Laurino (43), Bruno Santino (26) e Rocco Marzo (54), che è deceduto domenica scorsa. I funerali di quest'ultimo verranno celebrati dal cardinale Severino Poletto questa mattina. Resta ricoverato in gravissime condizioni un settimo operaio, il ventiseienne Giuseppe Demasi. Accertate le cause dell'incendio, la procura di Torino sta cercando di definire le responsabilità. Per ora gli indagati sono tre, ma alla luce di quanto sta emergendo, il quadro potrebbe essere modificato. I magistrati contano di chiudere le indagini entro la fine di gennaio.
Secondo quanto si è appreso, Rodinò, 26 anni compiuti il 30 ottobre scorso, è morto stamani alle 8.45. L'uomo era stato trasferito da Torino all'ospedale genovese in elicottero nel primo pomeriggio del 6 dicembre col 90% del corpo coperto da ustioni soprattutto di terzo grado. In questo periodo l'operaio era stato mantenuto in coma farmacologico e in respirazione assistita e la sua situazione era andata progressivamente peggiorando. "E' stata una rincorsa continua per correggere i parametri del metabolismo, finché non é stato più possibile", ha detto stamani il direttore sanitario dell'ospedale genovese Mauro Pierri. Le ustioni erano "di una tale gravità che il paziente non era in assoluto operabile", spiega ancora Pierri. Dopo la dichiarazione del decesso, Rodinò è stato sottoposto ad un elettrocardiogramma continuo per la conferma della morte (prassi seguita nel periodo di osservazione previsto per legge).
TORINO
Oggi i funerali di Rocco Marzo
Verranno celebrati alle 11, nella parrocchia di San Giovanni Maria Vianney, a Torino, i funerali di Rocco Marzo, la quinta vittima del rogo. Intanto restano gravissime le condizioni degli altri due operai, entrambi di ventisei anni.
Regione e Provincia parte civile contro ThyssenKrupp
«Anche la Provincia di Torino si costituirà parte civile se ci sarà un processo penale per il rogo della Thyssen Krupp: lo ha detto il presidente Antonio Saitta nella seduta del Consiglio provinciale di ieri alla quale ha preso parte una delegazione di maestranze della ThyssenKrupp, accolte dal presidente del Consiglio provinciale Sergio Vallero.
Saitta e Vallero hanno definito l’incontro «un momento opportuno perchè i lavoratori della ThyssenKrupp chiedono giustizia, giustizia che è un fatto fondamentale, un tema centrale nella vita democratica del Paese» ed hanno ribadito la necessità di rivedere le modalità di controllo che devono essere più efficaci.
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 Re: Thyssen:"MORTO SESTO OPERAIO"- Post aggiorname
Mecoledì, 19 Dicembre 2007 - 11:50
Funerali di un operaio, momenti di tensione
TORINO - Momenti di tensione al funerale di Rocco Marzo, 54 anni, il quinto operaio morto nel rogo del 6 dicembre scorso all'acciaieria ThyssenKrupp. Le esequie si sono svolte stamani a Torino, nella parrocchia di San Giovanni Maria Vianney, nel quartiere di Mirafiori sud. Ciro Argentino, sindacalista della Fiom e compagno di lavoro delle vittime, ha stracciato il nastro che cingeva la corona inviata dall'azienda e ha urlato ai dirigenti che entravano in chiesa (c'era anche l' amministratore delegato, Harald Espenhahn): "Avete le mani sporche di sangue". La funzione funebre è stata officiata dall'arcivescovo di Torino, cardinale Severino Poletto, e concelebrata, fra gli altri, da don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele. In chiesa la presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, il sindaco e il presidente della Provincia di Torino, Sergio Chiamparino e Antonio Saitta. Il cardinale è apparso molto commosso, anche perché era giunta notizia della sesta vittima deceduta nell'ospedale di Genova: "Mi auguravo - ha affermato aprendo la celebrazione del funerale - di avere chiuso questa triste vicenda con le esequie in Cattedrale (quelle delle prime quattro vittime, ndr.)". Poi ha aggiunto: "La solidarietà della città è grande, anche l'azienda si è unita nella solidarietà, ma non basta. Serve un sussulto. Solo ieri in Italia sono morti altri 5 operai. Quella della sicurezza sul lavoro è un'emergenza nazionale". Poi, dopo avere ricordato di essersi recato in ospedale dove Rocco Marzo era ricoverato per le gravissime ustioni, ha lanciato un appello: "Alla sua famiglia, alla moglie Rosetta e ai figli Alessandro e Marina la città sia vicina. La famiglia senta anche la vicinanza di questo vescovo che soffre e che non vorrebbe mai presiedere a funerali come questo".
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 Re: Thyssen:"MORTO SESTO OPERAIO"- Post aggiorname
Giovedì, 20 Dicembre 2007
Nicola Tranfaglia su Il Brescia ha scritto:
L'eredità tragica delle morti bianche
Il paradosso più assurdo riguarda la strage torinese alla ThyssenKrupp in cui sono morti sei operai e non si può escludere che diventino di più. La tragedia è avvenuta, infatti, in una fabbrica che, nonostante fosse prossima alla chiusura, spingeva i propri operai a fare molte ore di straordinario, con tutti i rischi di turni troppo pesanti e, in quanto tali, più pericolosi ai fini della sicurezza. Alla fine del 2007 siamo a più di mille morti bianche che hanno colpito lavoratori in tutto il Paese. L'accaduto dimostra che i controlli nelle fabbriche non sono stati efficaci e che, da parte dello Stato come degli imprenditori, non c'è stata l'attenzione necessaria.
È possibile che un simile fenomeno avvenga in uno dei Paesi più industrializzati d'Europa che ha grandi tradizioni nel campo della manifattura, come dell'edilizia, della chimica, dell'elettricità?
Non dovrebbe essere possibile se il ministero del Lavoro avesse messo in opera tutti i controlli preventivi sia sul lavoro nero, ancora così diffuso, sia sui pericoli legati a molte lavorazioni delicate. Ma, purtroppo, i nostri media fanno assai poche inchieste su simili avvenimenti, salvo che di fronte a fatti eccezionali come quello di Torino e, dunque, non mantengono vigile l'opinione pubblica rispetto allo stillicidio di sciagure che si registra ogni mese, ogni settimana, ogni giorno. È chiaro che i controlli richiedono l'attività di centinaia di ispettori disponibili a intervenire in tutta la produzione nazionale. Ma è altrettanto chiaro che è necessaria una collaborazione attiva degli imprenditori che, purtroppo, sono stati finora (salvo poche eccezioni) carenti in questo campo. Nel nostro Paese si è dovuto constatare sul piano storico uno scarso spirito comunitario soprattutto da parte degli imprenditori nei confronti delle classi lavoratrici e anche la norma costituzionale che proclama i limiti sociali posti alla proprietà privata è rimasta sulla carta e non è diventata un principio saldo nella nostra mentalità collettiva.
Ma in questa dolorosa vicenda ha peso anche la cattiva organizzazione dello Stato: nella seconda metà degli anni Quaranta si approvò una tra le costituzioni più avanzate dell'Europa ma non si cambiò lo Stato e la vecchia burocrazia, quella fascista, che restò legata a una visione dei cittadini come sudditi invece che titolari di diritti senza discriminazioni.
Di questa storia viviamo ancora oggi una pesante eredità.
COLLEGATE:
- Vittime del lavoro, qualcuno deve pagare
- I troppi caduti nella battaglia per il pane
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 Re: Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo
Giovedì, 27 Dicembre 2007
"La Thyssen ci ha rubato il Natale"
Una giornata con i parenti. A tavola lacrime e silenzi: perchè papà non torna?
MARCO NEIROTTI
Il presidio degli operai davanti alla fabbrica dell'incidente
Padre nostro che sei nei cieli...» perché ti hanno e ci hanno traditi. Tra le pareti di questi appartamenti operai, tra questi figli della fierezza operaia, la preghiera e l’omelia in Duomo del cardinale Poletto si trasfigurano, nel giorno di Natale, in invocazione a un padre - e marito - che era ossa e carne, rigore, fiducia e complicità, ora bruciato al cielo.
Nel nome di Rocco Marzo e di Angelo Laurino, ci hanno accolti alla cena e al pranzo. Non della festa, come ogni altro anno: della memoria, della commemorazione che scandisce se stessa, come dopo un brodo caldo a fine funerale. Ventiquattro ore in famiglie dove la tavolata della tradizione per amore vorrebbe resistere e dove ogni resistenza è battuta, lacerata dalle luci di quella notte, parentesi che gridano in una giornata di silenzio.
Sabina Laurino, 38 anni, con i figli Noemi, 14 anni, e Fabrizio, 11 anni, hanno fatto come sempre: «Dividevamo vigilia e Natale tra genitori e suoceri». Rituale sopra i pensieri veri. Anche questa sera del 24 sono con i nonni dei ragazzi. Ci sono i regali, quelli della ThyssenKrupp ai figli dei dipendenti, quelli «che ha mandato Fiat», quelli dei parenti. E quelli che con sofferente tenacia ha comprato Sabina perché Natale 2007 non diventi per i figli una giornata simbolo, lutto su tutti i calendari a venire: «Sono stata sempre io a sceglierli, perché conoscevo le loro aspettative, ma Angelo ci teneva a venire con me a comprarli». (TyssenKrupp, 6 dicembre, ore 0,45, meno quindici allo scoppio: «Angelo, allora con che cosa li fai felici quest’anno i piccoli?». «Dirà Sabina»).
Eccoci qua. Noi, loro, i regali. Noemi che li guarda, è delicata nel riporli via. Fabrizio confuso, attratto e disorientato. Tanto che la sera va a dormire dalla zia, si stacca con un viso di nebbia dalla madre perché se dormisse a casa potrebbe rischiare di svegliarsi e sentir dire che «papà non torna», papà è morto. Se è successo qui, in un altro posto non può accadere.
E a dormire si va, si va tutti, magari senza prendere sonno, buio, pensieri, lampi e schegge che ti risvegliano: «Perché? Andava a lavorare, non in guerra. E come, come è successo?», chiede Alessandro Marzo, 21 anni, il figlio di Rocco, il caposquadra, padre a casa («anche le cazzate giovanili gli confidavi, perché era l’aiuto») e padre dei giovani in acciaieria. Alessandro seduto con la fidanzata, la sorella Monica, 25 anni, il fidanzato di lei, intorno a Rosetta, madre e vedova, in un ingresso-salotto delicato di semplicità e accogliente di buon gusto, il grande divano bianco d’angolo dove insieme si progettavano piccole cose, cose grandi. Rosetta: «Sempre tutto insieme. E lui con quel sorriso, quella forza d’animo, il lavoro non soltanto pane e dovere, no, era dignità di marito e papà, esempio istintivo. Il 29 gennaio avremmo festeggiato trent’anni di matrimonio e la sua pensione: dove andiamo Rocchino, che viaggio facciamo noi che non abbiamo neanche fatto quello delle nozze che ci hanno così legati?» (ThyssenKrupp, ore 0,50, meno dieci allo scoppio: «Capo, hai deciso dove da vecchietto porti in viaggio di nozze Rosetta?»).
25 dicembre 2007, sesto piano, luci su tre balconi della via. I Marzo a tavola come in un qualunque giorno festivo in cui papà fa il turno all’ora di pranzo. Ma stanno zitti perché non lo aspettano. Poi, perché non lo aspettano più, parlano di lui. Alessandro: «Mi ha portato più volte a vedere dove lavorava. Pensavo si potesse anche fare male. Come a un incrocio infelice, però». Ricordi, parenti che stringono o baciano senza torcere ancor di più il dolore. E il Natale di Rocco viene dalle parole del figlio all’inizio di un pomeriggio di niente: «Sai un ricordo che me lo restituisce come forza e esempio? Quando mi sono diplomato: non ha detto nulla di speciale, non mi ha fatto regali, come quelli che ti comprano la macchina usata. Ha sorriso appena, ma un sorriso che non finiva più. E poi... poi camminò in un modo diverso, agile, leggero».
25 dicembre 2007, primo piano, il cagnolino che dalla sua nicchia abbaia a chi sfiora la porta. (ThyssenKrupp, ore 0,55, meno cinque allo scoppio: «Angelo, come va Fabrizio a scuola? E’ sempre lui l’uomo della biblioteca?»). Pranzo a casa Laurino. La sorella di Sabina ha cucinato, ha portato piatti pronti, accompagnata da Fabrizio, qualcosa prepara ancora qui. A tavola. Angelo, Angelo che mangiava divertito quando lei lo sgridava: «Morire per morire, meglio a pancia piena». Angelo, Angelo, Angelo. Non si può così. La sorella di Sabina tenta spiragli di dialogo, inventa spunti che non siano un rosario, per lei e per i bambini. Sabina: «Io penso a lui». Non segue un mondo nella mente e uno dolcemente virtuale. Si alza delicata e va a letto, «né a dormire né a riposare, a pensarlo senza sforzarmi di seguire due cose». Noemi e Fabrizio giocano a carte con gli zii mentre fuori fa buio e qui si accende una luce. È un lampadario, non l’albero che per la prima volta non c’è.
Chissà a casa dei vertici ThyssenKrupp. Che stando dicendo ai figli, adesso? Casa Marzo. Alessandro punta occhi negli occhi, appena muove le labbra come nelle due foto del padre accanto all’ingresso: «Niente. Non devono dirgli niente. Almeno quei bambini facciano Natale sereni». Casa Laurino, Noemi: «Mamma, non mi importa niente ormai. Non vado più a scuola». «Ci devi andare. Sai che cosa è la tua vita da qui in poi? Non è tanto quello che faresti per tuo padre, è quanto senti tuo padre in te, che cosa fate insieme». Ci pensa sola, nella stanza: «Hai ragione».
(ThyssenKrupp. Due giorni dopo l’indignazione dei giornali per il silenzio: «Partecipiamo...»). Sabina Laurino, Rosetta Marzo, due case agli spigoli opposti della città: «La verità, la giustizia, nient’altro». Natale è come riguardare un’immagine al computer: rianimazione, camici gentili, bende fresche, silenzio, e i corpi. Rosetta che ripete: «Chiedevo di poter almeno abbracciare e baciare i piedi, unico lui fuori dal disastro». Marina Marzo, con il pianto frenato: «Là dentro non c’era papà».
(ThyssenKrupp, ore 1: «Aiuto, aiutatemi, aiutatemi ho dei figli, aiuto...»).
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 Re: Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo
Venerdì, 28 Dicembre 2007
Macchine, vasche e cavi
è la Thyssen alti rischi
Rilevate 116 violazioni. La fabbrica non riaprirà mai più
ALBERTO GAINO (La Stampa)
TORINO - Assenza di macchinari, gli impianti di spegnimento automatico del fuoco, e presenza di altri viceversa a rischio infortuni dei lavoratori, per come sono stati strutturati e montati sulle linee di produzione. E poi, il riscontro da parte degli ispettori dell’Asl 1 inviati da Guariniello alla Thyssen, che non era più stata verifica di impianti elettrici e apparecchiature delicate. Oltre all’aspetto ambientale, pure importante per la salute dei dipendenti: il mancato abbattimento delle emissioni, un diffuso inquinamento da olio industriale. Già nel numero (116) le violazioni accertate in cinque giorni di sopralluogo nello stabilimento, escluso il reparto della strage sotto sequestro, rendono superflua la valutazione dei «rischi diffusi» che investono tutti i luoghi di produzione: laminatoio, linea trattamenti, aree e vasche di stoccaggio di liquidi. La prima conseguenza delle relative prescrizioni per l’azienda è che l’acciaieria non riaprirà più, considerati i tempi fissati dall’Asl per rimettere in regola tutti gli impianti: mesi.
E i costi prevedibili per sanarle. Solo le sanzioni pecuniarie valgono milioni di euro. Ma sembrano l’ultimo dei problemi per la Thyssen. Ieri, in seguito alla notifica delle nuove notizie di reato in materia di sicurezza del lavoro, l’amministratore delegato del gruppo italiano, Harald Espenhahn, è finito per la seconda volta, in 20 giorni, nel registro degli indagati. Nella decisione dell’Asl di puntare sulle responsabilità del massimo dirigente Thyssen operativo in Italia decisivo c’entra il valore del budget annuale assegnato al «delegato torinese per la sicurezza degli impianti»: 50 mila euro circa, somma irrisoria per una fabbrica come quella di corso Regina Margherita. La questione dei mancati adeguamenti agli standard di sicurezza - a Torino come a Terni, questa la novità, tanto che in Umbria si stanno dando da fare ora - si intreccia sempre di più con le scelte di spesa e di politica industriale della multinazionale. Che, non a caso, per ogni grosso risarcimento, si è vista raddoppiare da Axa, dopo l’incendio di Krefeld, in Germania, nel 2006, la franchigia da 50 a 100 milioni di euro. Si ragiona su macchinari, come quelli di «ricottura e decappaggio» della linea investita dall’onda di fuoco la notte del 6 dicembre, che costano centinaia di milioni di euro. A Torino la compagnia di assicurazioni aveva indicato «pochi interventi, ma buoni». In cima al suo elenco: l’installazione di un impianto di spegnimento automatico delle fiamme. La procedura aziendale in tutto il mondo, come si evince da pubblicazioni e dichiarazioni di top manager Thyssen, affidava ai lavoratori estintori contenenti anidride carbonica e idranti d’acqua. «Almeno questi non sono stati usati - è il commento di un consulente della procura -.
Con tutto l’olio rovesciatosi dal tubo rotto, l’ambiente dell’incendio era diventato una pentola a pressione. L’acqua avrebbe provocato danni ancora più devastanti». L’altra notizia di giornata, non meno importante, è che i tecnici di Guariniello (40 anni esatti di magistratura, ieri) e dei pm Laura Longo e Francesca Traverso sono tornati ad esaminare il luogo dell’incendio ricavandone la convinzione che sarebbero state 7 le «condotte» determinanti per l’innesco e lo sviluppo di quell’onda di fuoco. La novita più significativa sembra essere la presenza di troppa carta, oleata, utilizzata per avvolgere i fogli di acciaio, sotto e nei dintorni del treno di laminazione. Senza dimenticare dettagli decisivi come il telefono comunicante con la squadra antincendio: dalla «gabbia» della linea si potevano ricevere le chiamate ma non dare l’allarme.
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 Re: Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo
Sabato, 29 Dicembre 2007 (9:57)
Thyssen, l'ipotesi della strage dolosa
Quali capi d'imputazione per i manager?
RAPHAËL ZANOTTI (La Stampa)
La fiaccolata di ieri per Giuseppe Demasi,
l'ultimo ancora in vita dei sette operai
coinvolti nell'incendio del 5 dicembre
TORINO - Non ci sono iscrizioni per omicidio volontario», dichiara netto il procuratore capo di Torino Marcello Maddalena. «Le imputazioni non si toccano», conferma il suo aggiunto Raffaele Guariniello. Preoccupati per eventuali fughe in avanti che potrebbero invalidare pezzi importanti dell’inchiesta e che sarebbe difficile da dimostrare in un’aula di tribunale, i magistrati torinesi hanno deciso di smentire le voci su una svolta giudiziaria nelle indagini sul rogo della ThyssenKrupp. Nessuna modifica delle ipotesi nei confronti dei vertici della multinazionale tedesca. Per ora s’indaga solo, ed esclusivamente, per disastro, omicidio e lesioni colpose. In mancanza di prove l’idea di un dolo eventuale, dimostrabile attraverso le carte sequestrate in questi giorni allo stabilimento di Terni, per adesso resta un’ipotesi di scuola. Che tuttavia ha animato un dibattito tra tecnici e non.
Tra le righe del Codice Decisamente a favore di una contestazione così grave sembra essere Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom: «Se verrà dimostrato che i vertici della ThyssenKrupp facevano lavorare gli operai in totale assenza delle più elementari regole di sicurezza, è giusto che l’incriminazione sia pesante. Appoggeremo questa tesi per ribadire che per noi l’incendio del 6 dicembre non è da considerarsi un evento esterno e imprevedibile, ma vede precise responsabilità da parte dell’azienda». Più smussata la posizione di Cosmano Spagnolo, segretario nazionale della Fim, secondo cui «colpa o dolo non hanno importanza, non è compito del sindacato stabilire quale sia l’ipotesi più aderente alla realtà», ma di certo il sindacato legato alla Cisl è convinto di due cose: «Bisogna far rispettare le leggi che già esistono ed è necessario raggiungere la certezza della pena».
La discussione diventa più articolata quando intervengono gli addetti ai lavori, consapevoli che una contestazione sul dolo eventuale può diventare una trappola per l’accusa, costretta a dimostrare che nei loro ragionamenti gli imputati si erano prefigurati la morte degli operai. Per il professor Oreste Dominioni, docente di Procedura penale all’Università statale di Milano e presidente dell’Unione camere penali italiane, «è il reato colposo quello che tipicamente viene contestato nei casi di disastri». È avvenuto in tutti gli incidenti ferroviari, per esempio. Ciò non significa che un reato doloso non possa trovare applicazione. «Penso ad esempio all’articolo 473 del Codice penale - dice Mauro Ronco, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino -. Si tratta di un reato già in passato contestato dal procuratore aggiunto Guariniello, che lo ha riportato in auge dopo un periodo in cui era finito nel dimenticatoio».
Il reato in questione punisce chiunque ometta di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, oppure li rimuove o li danneggia. «In questo caso, però, ci troviamo di fronte a una situazione diversa - riprende il professor Dominioni - non si contesta più un’azione omissiva, ma una azione attiva, ovvero all’imputato si contesta di aver agito per creare quella situazione». Un’ipotesi dolosa, con il vantaggio di non dover passare attraverso le forche caudine della psicologia degli imputati. Anche la pena prevista è alta: reclusione da 6 mesi a 5 anni, nella norma. Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da 3 a 10 anni.
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 Re: Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo
Domenica, 30 Dicembre 2007: san Felice e san Savino - 14:49
THYSSEN: MORTO IL SETTIMO OPERAIO
TORINO - E' morto nel primo pomeriggio, nell'ospedale Cto di Torino, Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio rimasto ferito nell'incendio avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 dicembre nello stabilimento di Torino della ThyssenKrupp. Era l'unico rimasto in vita dopo la tragedia. Nell'incendio era morto sul colpo Antonio Schiavone, poi nelle settimane successive si sono verificate le altre morti. Demasi era stato sottoposto a tre interventi chirurgici, ma nei giorni scorsi le sue condizioni si erano aggravate. L'uomo è morto oggi poco dopo le 13,30.
L'altro ieri, a Torino, oltre 400 persone, molte delle quali dipendenti dell'acciaieria, avevano partecipato ad una fiaccolata di solidarietà alle prime sei vittime dell'incendio (Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rocco Marzo, Antonio Santino e Rosario Rodinò) e proprio a Giuseppe Demasi. La fiaccolata era partita dal monumento dei caduti sul lavoro di corso Bramante, all'angolo con corso Massimo d'Azeglio, e si era diretto al Cto. Ad aprirlo c'era lo striscione con la scritta "Gli amici, non mollare Mase" (il soprannome di Giuseppe Demasi, ndr). Tra i manifestanti c'erano anche i familiari dello stesso Giuseppe Demasi, il padre Calogero e la sorella Laura, oltre allo zio di Rosario Rodinò, Carlo Cascino, e il padre di Bruno Santino, Antonio. "Giuseppe Demasi si deve salvare per raccontarci quello che è successo, facciamo tutti il tifo per lui", aveva urlato quest'ultimo. Davanti al Cto i manifestanti avevano poi osservato un minuto di silenzio e applaudito a lungo in segno di incoraggiamento per Demasi.
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 Re: Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo
Lunedì, 31 Dicembre 2007
Le sette vittime dell'acciaieria
TORINO - I piu giovani avevano 26 anni, il più anziano 54: la tragedia del rogo avvenuto nello stabilimento torinese della ThyssenKrupp nelle prime ore del 6 dicembre ha il volto di sette operai, trasformatisi in torce umane, che sono morti nell'arco di 24 giorni a causa delle gravissime ustioni che hanno riportato.
- 6/12/2007. Antonio Schiavone, 36 anni. E' stato il primo a morire, lo stesso giorno dell'incidente, ed anche l'unico all'interno della fabbrica. Aveva una moglie, Immacolata, e tre figli piccoli: due bimbe di 4 e 6 anni, Giada e Giulia, e un maschio, nato appena due mesi fa, Michele. Da tre anni viveva a Envie, in provincia di Cuneo.
- 7/12/2007. Roberto Scola, 32 anni. E' morto, poco prima delle 7 del mattino, all'ospedale Cto. Aveva il 95% di ustioni su tutto il corpo. Era sposato con Egla ed aveva due figli di un anno e mezzo, Gabriele, e tre anni, Samuele. Quando era arrivato al Cto era cosciente e terrorizzato all'idea di non rivedere più i suoi bambini.
- 7/12/2007. Angelo Laurino, 43 anni. E' morto nel pomeriggio, al San Giovanni Bosco. E' stato stroncato da un'insufficienza multiorgano. Aveva ustioni di terzo grado sul 95% del corpo. Residente a Torino, aveva moglie, Sabina, e due figli, Fabrizio di 12 anni e Noemi di 14.
- 7/12/2007. Bruno Santino, 26 anni. E' deceduto in serata al Cto. Era stato trasferito in giornata dall'ospedale Maria Vittoria. Aveva un fratello, Luigi, pure lui operaio alla Thyssenkrupp, e si sarebbe dovuto licenziare per andare a gestire un bar con la fidanzata Anna, di 21 anni. Il padre Antonio è stato l'emblema del corteo dei sindacati per le vie di Torino.
- 16/12/2007. Rocco Marzo, 54 anni. Capoturno, sposato con Rosetta, padre di due figli, una di 26 anni (Marina) e uno di 22 (Alessandro), é morto all'ospedale Molinette. Aveva ustioni profonde sul 60% del corpo. A fine mese sarebbe andato in pensione.
- 19/12/2007. Rosario Rodinò, 26 anni. E' morto alle 8.45 presso il reparto grandi ustionati dell'ospedale Villa Scassi di Genova. Era stato trasferito da Torino all'ospedale genovese in elicottero nel primo pomeriggio del 6 dicembre col 90% del corpo coperto da ustioni soprattutto di terzo grado.
- 30/12/2007. Giuseppe Demasi, 26 anni. E' morto alle 13.40 nell'ospedale Cto. Aveva ustioni sul 95% del corpo. Era stato sottoposto a quattro interventi ma venerdì scorso le sue condizioni erano peggiorate a livello polmonare. Oggi il cuore non ha retto. E' sempre stato assistito dai genitori, Rosina e Calogero, e dalla sorella, Laura.
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 Re: Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo
Lunedì, 1 Gennaio 2008 (La Stampa)
In mille alla marcia di Torino
La maniferstazione in memoria degli operai morti alla Thyssen
Corteo la sera della vigilia in memoria degli operai morti nel rogo della ThyssenKrupp
La maniferstazione in memoria
degli operai morti alla Thyssen
TORINO - Più di mille persone si sono radunate a Torino davanti alla sede della Thyssenkrupp, teatro lo scorso 6 dicembre dell’incendio costato la vita a sette operai, per la marcia della pace del Sermig, un appuntamento tradizionale che quest’anno è stato dedicato alle vittime degli incidenti sul lavoro. Il corteo è stato aperto dallo striscione «La pace è fondata sul lavoro. Protetto». Subito dietro c’erano sette giovani con appeso al collo i nomi e i cognomi degli operai deceduti. Numerosi loro compagni avevano appesi al collo i nomi di altre settanta vittime, comprese quelle del rogo scoppiato lo scorso luglio al mulino Cordero di Fossano (Cuneo).
Per un breve tratto ha preso parte alla marcia Antonio Santino, papà del ventiseienne Bruno morto per le conseguenze dell’incendio, abbracciato dall’unico superstite, Antonio Boccuzzi. «Questa grande tragedia ha detto Ernesto Olivero, fondatore del Sermig - servirà solo se ci sarà un cambio di rotta. È possibile inventare una storia nuova dove il lavoro è più protetto, e l’uomo, in qualsiasi posto, è più rispettato. Da una grande sofferenza si può far compiere un salto di qualità alla società».
Napolitano: «Una strage inaudita»
Nel discorso di fine anno dal Quirinale il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non dimentica i giovani operai morti nell’incidente alla Tyssenkrupp di Torino. Proprio ieri il presidente ha parlato telefonicamente con un delegato sindacale della fabbrica e ha poi sentito il padre di Giuseppe De Masi, 26 anni, l’ultimo operaio morto ieri in seguito all’incendio. Al padre, Carmelo, Napolitano ha espresso vicinanza e solidarietà. La lotta alle morti bianche è un «assillo» per il Capo dello Stato ed è anche nell’insicurezza del lavoro che si nasconde il «malessere». «Il malessere sociale è qui, ed è nell’incertezza del lavoro, in special modo nella difficoltà, ancora per troppi giovani nel Sud, a trovare lavoro - dice Napolitano -, nonostante la netta diminuzione del tasso nazionale di disoccupazione. Il malessere è nella insufficiente tutela del lavoro, della vita sul lavoro. Questo è stato e rimane un mio assillo».
Poi il riferimento diretto agli operai della Tyssenkrupp. «Mi hanno commosso e scosso le parole di un giovane compagno di lavoro del ventiseienne Rosario, uno degli operai travolti nell’orribile rogo di Torino - spiega il presidente -: «Noi ragazzi che siamo cresciuti insieme a lui da quando avevamo 14 o 15 anni, se lui lotta per la vita dobbiamo lottare con lui fino alla fine». Gli sono rimasti accanto, poi purtroppo la fine è giunta. E ieri è giunta anche per Giuseppe, altro ventiseienne, ultima delle vittime di una vera e propria inaudita strage». Un capitolo doloroso del discorso del presidente che si chiude con «l’abbraccio ai familiari e alla città». ella vigilia
in memoria degli operai morti
nel rogo della ThyssenKrupp
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 Re: Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo
Giovedì, 3 Gennaio : 2008 - 13:49
MORTO A TORINO MAZZINI,
CAPO DEL CORPO VIGILI FUOCO
Il capo del Corpo dei Vigili del fuoco e vice capo del Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile, l'ingegner Giorgio Mazzini, è morto a Torino dopo esser stato colto da un grave malore mentre si trovava al palazzo di giustizia per incontrare i magistrati che si occupano del rogo alla ThyssenKrupp. Mazzini aveva 67 anni, era spostato e aveva due figli. Sarebbe andato in pensione tra due mesi
Mazzini si è accasciato al suolo all'improvviso, senza nessuna avvisaglia precedente, mentre si trovava in Procura a Torino, nella stanza dell'ispettore di polizia giudiziaria Raimondo Romanazzi, uno dei più stretti collaboratori del pubblico ministero Raffaele Guariniello nel quadro degli accertamenti sul rogo alla Thyssenkrupp. I soccorsi sono stati inutili. I sanitari hanno tentato un massaggio cardiaco, ma senza esito. Sul posto, al quinto piano del palazzo di Giustizia di Torino, è giunto un medico legale per svolgere gli accertamenti di rito, il procuratore capo Marcello Maddalena e il procuratore generale Giancarlo Caselli che ha detto: "E' stato un triste, tragico malore"
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 Re: Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo
Giovedì, 3 Gennaio : 2008 14:56
Thyssen:
a Torino l'addio a Giuseppe Demasi
TORINO - Una folla commossa si è raccolta nella chiesa del Santo Volto, a Torino, per dare l'ultimo saluto a Giuseppe Demasi, l'ultima vittima della Thyssenkrupp, morto domenica scorsa dopo oltre tre settimane di agonia per le ustioni riportate nel rogo dell'acciaieria torinese. La chiesa, che sorge dove un tempo c'erano le ferriere di Torino, è piena di parenti, amici e colleghi del giovane operaio morto ad appena 26 anni. Ad accogliere la bara l'arcivescovo di Torino, cardinale Severino Poletto, i ministri del Lavoro Cesare Damiano e della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, il sindaco Sergio Chiamparino, il presidente della Provincia, Antonio Saitta e il vicepresidente della Regione, Paolo Peveraro. Sono presenti anche Dario Fo e Franca Rame, il direttore generale di Intesa Sanpaolo, Pietro Modiano, i senatori Enzo Ghigo e Gianfranco Morgando, quest'ultimo anche segretario regionale del Pd. Sulla bara la maglia bianconera di Alessandro Del Piero, con gli autografi di tutti i giocatori della sua squadra del cuore, e quella numero 8 con cui 'Mase', come era soprannominato il giovane operaio, era solito giocare a calcetto. (ANSA).
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 Re: Caso Acc. Thyssen: Post ad aggiornamento continuo
Domenica, 13 Gennaio : 2008
Thyssen: rapporto segreto,
operai e parenti amareggiati
TORINO - "Io una star in tv? Io non ci sono mai andata in televisione a parlare di mio marito Angelo, morto bruciato dalle fiamme della Thyssen, anche se mi hanno chiamato Matrix, Porta a Porta, Piazza Grande, e tanti altri, ma adesso ci andrò, andrò a farmi pubblicità come dicono loro".
A parlare è Sabina Laurino, moglie di Angelo, uno dei 7 operai morti nel rogo di Torino del 6 dicembre. Sabina Laurino si dice sconcertata per quanto apparso oggi sul Corriere della Sera, circa un presunto rapporto segreto inviato da un responsabile di Thyssen Italia ai vertici tedeschi per disegnare la situazione torinese dopo la tragedia.
"Ma come si permettono di insultarci così? - aggiunge la vedova Laurino - io mi ero un po' calmata, stavo cercando il mio equilibrio perso da quel giorno, ma adesso mi fanno venir voglia di gridare di nuovo la mia rabbia. Adesso sì, ci andrò in televisione, se mi chiameranno ancora. Ma cosa credono? Che uno, anzi sette uomini muoiono in fabbrica e la gente deve pure stare zitta? E se andare in televisione, parlare con i giornalisti serve perché nessuno dimentichi, allora, per favore, andiamoci tutti".
Poi il tono si fa più pacato, la voce si rompe: "Io ho ancora l'incubo di quella maledetta notte, non ho tolto un solo vestito dall'armadio dei vestiti di Angelo perché spero sempre che torni, anche se so che non tornerà mai più. I miei figli me lo dicono tutti i giorni, hanno 11 e 14 anni, ma forse sono più forti di me, a me sembra di non farcela più". Antonio Boccuzzi, l'unico sopravissuto alle fiamme, si dice amareggiato e parla di "un tentativo di intimidazione nei confronti degli operai".
"Se lo scopo era quello di far uscire sui giornali questo rapporto segreto - ha aggiunto l'operaio oggi, reduce di una trasmissione su La7 oggi in diretta proprio sulla Thyssen, insieme al deputato di Forza Italia, Roberto Rosso e Giorgio Cremaschi della Fiom - allora volevano intimidirci. Se questo non è, allora è lo scritto di uno che si deve solo vergognare. In ogni caso come si può parlare di star in televisione a proposito di persone che vanno a parlare della morte dei propri cari in tv? Noi eroi? Ma dove? Eroi sono loro 7 che sono morti in una fabbrica che avrebbe chiuso poche settimane dopo, loro che con la loro morte hanno probabilmente salvato tanti altri perché l'incendio avrebbe potuto essere anche molto più vasto".
Circa i riferimenti fatti nel rapporto al passato di Torino, vista come una culla per le Br, e al governo Prodi che trarrebbe vantaggio dal tanto parlare intorno ai fatti della Thyssen, Boccuzzi ha detto: "Mischiare tristezze italiane con una vicenda così dolorosa come questa, una storia di cronaca industriale è un brutto scivolone, mi auguro che tutto questo sia il frutto di un singolo e non il pensiero dei vertici dell'azienda per la quale ho lavorato e tanto meno del popolo tedesco".
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