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Martedì, 14 Ottobre : 2008
di FRANK DARABOND; USA,07.
In una pacifica comunità dell’America profonda, vicina ad una Base dell’Esercito, da un’improvvisa, densa , minacciosa nebbia scaturiscono orrori innominabili. Tratto dal racconto omonimo di Stephen King, è stato sceneggiato dallo stesso regista. Che peraltro si è già misurato con opere tratte da King: “Le ali della libertà” (94) e “Il Miglio Verde”(99), tutte e due di valore, sono sue. E’ un artigiano di discrete qualità: caratterizza il suo cinema in modi narrativamente solidi. Non ama gli abbellimenti esteriori gratuiti ; non immette ricercatezze di montaggio che non siano necessarie alla suspence o allo sviluppo della trama; non ricerca complesse raffinatezze nelle psicologie: a lui interessa un cinema in grado coinvolgere emotivamente, magari far riflettere, sempre sulla scorta di personaggi e situazioni credibili. Qui, il suo confrontarsi con l’orrore, è, a mio avviso, riuscito. Tiene sotto controllo lo splatter: non c’è il compiacimento per lo sbudellame sanguinolento in sé. Ce n’è un chiaro accenno, ma è utilizzato in modi funzionali. Egli investiga più che sull’orrore stesso, sulle ripercussioni che questo crea sugli uomini costretti alla coesistenza in uno spazio limitato che contrasta visualmente con l’assoluto, pauroso nulla della nebbia. Per quanto sia debitore al testo kinghiano, il regista è piuttosto efficace nel descriverne i percorsi. C’è l’invasata religiosa, interpretata da una bravissima e sperimentata Marcia Gay Harden, che, piano piano, prende il sopravvento sul gruppo dei sopravvissuti, facendoli assumere dei comportamenti collettivi, ispirati dalla sua fanatica pseudo-religiosa concezione barbarica della paura, ancora più orrendi delle creature fuori. Anzi: il film “gira” su questa trasformazione collettiva, contestualmente alla descrizione dell’orrore in sé. Non solo: si afferma che questa venuta non è accidentale, ma dovuta ai soliti esperimenti scriteriati dell’Esercito, che si deresponsabilizza delle sue conseguenze: i due temi si sommano in modi imprevedibili. Ma il regista tiene sempre la barra al centro: non lascia che alcuno degli aspetti prenda il sopravvento: in questa chiave, sono ben riusciti gli effetti speciali. Howard Berger , Gregory Nicotero, che hanno lavorato, tra gli altri, per Q.Tarantino e R.Rodriguez, al make-up, e Michael Broom che le ha visivamente definite, sono i creatori delle varie creature che affollano gli incubi del film. Essi sono artisti di grande valore, di cui il regista si è servito senza stravolgere la complessità dei temi messi in campo. Tuttavia, il finale avrebbe dovuto avere una definizione tragicamente più incisiva, per essere credibile.













