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Nel ricordo di Aldo Moro e della sua scorta: Dossier
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Messaggio Nel ricordo di Aldo Moro e della sua scorta: Dossier 
 



Domenica, 16 Marzo : 2008

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1) Aldo MORO(cronologia)
2) Video News ed ricordi su Aldo Moro
(alcune note sulla sua vita, sul suo "essere")

I dieci misteri irrisolti del caso Moro

Ricerca contenuti su Aldo Moro in vivicentro

In memoria ed a ricordo di un grande uomo e dei 5 uomini della sua scorta trucidati per rapirlo
Moro sarà poi "barbaramente" ucciso, anche lui, dalle <brigate rosse> il 09 Maggio 1978

  





Image Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda
- Horacio Verbitsky
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Messaggio Re: Anniversario Omicidio di Aldo Moro 
 
Mi unisco al ricordo

*
  



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Messaggio Trent'anni dalla morte di Aldo Moro 
 



Sabato, 8 Marzo : 2008

Trent'anni dalla morte di
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Aldo Moro


di Vincenzo Cicala
    
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Richiamare alla mente il disegno di Aldo Moro di dare all'Italia una democrazia compiuta, che non era rinunciare alla propria identità, significa ricordare che la democrazia, in effetti, non c'è mai stata. Si tratta di un difetto fondativo, richiamato da Mazzini, che non è mai stato sanato.

Se in Italia vi è un insieme di persone che ne segnano i destini e che non hanno partecipato alla stesura della Carta Costituzionale, la partecipazione solo di una minoranza al farsi della società italiana risale al Risorgimento, opera elitaria a responsabilità limitata di una borghesia settentrionale che ha inteso consolidare ed estendere la propria posizione predominante. La dicotomia tra il partito comunista ed il popolarismo cattolico fu all'inizio quasi un dialogo a distanza contrapposto agli interessi prevalenti del rinascente liberalismo monocratico del primo novecento. Questo dialogo a distanza era favorito dall'eredità lasciata dal fascismo e dalla guerra. Può anche dirsi dalla vaga memoria di quello che era stato il primo tentativo di introduzione delle masse alla vita politica del paese, bruscamente interrotto dalla prima guerra mondiale e poi dalla marcia su Roma.

Togliatti, uomo capace di trattenere, nelle ancora incerte condizioni di vita seguite all'attentato, lo slancio irrazionale  rivoluzionario, aveva intuito e proponeva l'unione con le masse cattoliche, ancora nel 1964, perché vedeva in essa la possibilità di una catarsi della nazione, di una fondazione che non era mai avvenuta. Questa urgenza si ripresentava alla mente di Aldo Moro in un contesto diverso ,nel quale erano maturate due condizioni favorevoli, da una parte la crisi latente del monolitismo dell'Internazionale Comunista, dall'altra il maturare nella maggioranza della gerarchia cattolica di una convinta adesione a questa urgenza. I mandanti dell'assassinio non furono certo gli esecutori e furono certo spinti dai privilegi e dalle preclusioni che volevano conservare - ed hanno poi conservato- in politica interna ed in politica estera. La conservazione vedeva non solo lui ma anche Paolo VI come fumo negli occhi. La sua morte fu anche l'inizio di quella rivoluzione giustizialista che ha proiettato alla ribalta, nel vuoto politico generato, Berlusconi. La Sinistra italiana ha avuto il torto di non aver mai capito che la  rivoluzione passa attraverso la conservazione ed un'amministrazione efficiente e corretta, purificata dal malcostume, attraverso la solidità delle istituzioni. Oppure non le è convenuto capirlo.

La crisi politica e sociale ha accelerato il degrado del Meridione ed il passaggio del suo governo alla malavita. Non pare che un uomo che privilegia l'interesse personale, che impone di legiferare a suo favore, possa proporsi di liberare il MerIdione e di rifondare Napoli. Tanto meno i suoi alleati. Eppure sarà proprio Berlusconi a vincere le elezioni. L'hanno voluto i liberalradicalisocialisti che hanno scollato il consenso attorno all'Unione portandola al pareggio del 2004, sgretolando l'ampio margine che superava il 10%. Così l'avranno voluta i partiti della Sinistra Arcobaleno e Bertinotti che, da lontano, hanno lavorato allo sfascio. Quì, a Napoli, neanche essi si affermeranno. La sconfitta del PD e dell'Arcobaleno dovrebbe risentire della permanenza al governo della regione di un uomo sottoposto a processo, ma da tempo riportato come iniquo nei discorsi e nella convinzioni dei napoletani insieme con il suo staff.

Approfondimento:


Image  Aldo Moro, l’Europa che svanisce e la Kosova immaginaria

MORO, UN DIZIONARIO A 30 ANNI DALLA MORTE

NOTA: con la funzione "CERCA" (su in alto a destra), chi fosse interessato, troverà molto "materiale" su quest'uomo che seppe dare un senso vero ed elevato e pulito alla "POLITICA" del quale nessuno ha saputo far tesoro (ma forse fu proprio per questo che pagò con la vita) - Stan

  





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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Messaggio Re: Nel ricordo di Aldo Moro e della sua scorta 
 



Sabato, 8 Marzo : 2008

Sulla lapide di via Fani non si legge dei br.
Chi ha ucciso quegli uomini e perché? Non è scritto.
Come se non potesse essere ancora scritto


Trent'anni dopo il rapimento Moro
i luoghi della memoria perduta


I morti sono sottoterra. Gli assassini sono liberi
E noi non siamo riusciti a fare i conti col nostro passato


di GIUSEPPE D'AVANZO


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ROMA - Dicono che da quel giorno, in via Mario Fani all'incrocio con via Stresa, ci sia l'ombra lunga di una maledizione. Dicono che niente va come dovrebbe. I commerci s'inceppano. Gli alberi sfioriscono. Sull'angolo della strada c'era un salice, trent'anni fa - era il 16 marzo del 1978, quando le Brigate Rosse sequestrano Aldo Moro. Il salice disseccò d'improvviso qualche mese dopo la strage e nessuna accorta cura poté impedirne la morte. Dicono che fu il primo segno della malasorte. Non c'è più il fioraio, Antonio Spiriticchio. Non c'è più il chiosco dei giornali dei Pistolesi. La stazione di servizio si è trasformata in un lavaggio fai-da-te. Sugli angoli delle due strade che s'incrociano, appiccicati alla meno peggio ai cartelli stradali, decine di messaggi propongono "affari" immobiliari. Pare che chi ci abita faccia le valigie, appena può. Il bar che allora si chiamava "Olivetti" è diventato un ristorante, "La Camilluccia". È chiuso, con i tavoli abbandonati all'aperto sotto la pioggia alle nove del mattino - l'ora in cui le Brigate Rosse si mossero. Dicono che ci sia una maledizione e deve essere storiella metropolitana perché se si attraversa la strada verso via Stresa c'è ancora la siepe di pitosforo dove gli assassini attesero, nascosti. Il pitosforo è cresciuto e i tronchi ben potati sono ormai larghi come tre dita. C'è una gran calma. Il traffico è leggero e ordinato, attenuato dal recente sottopasso tra il Foro Italico e la Pineta Sacchetti.

LE IMMAGINI

Anche quel giorno il traffico non era intenso. Il piccolo corteo di auto (una 130, un'Alfetta) scendeva veloce dalla collina quando la 128 di Mario Moretti con una targa del Corpo diplomatico frenò di botto all'incrocio. Fu allora che gli altri, con gli impermeabili blu, i berretti da piloti dell'Alitalia, uscirono da dietro la siepe con le pistole e gli M12. Spararono 91 proiettili contro i cinque uomini della scorta di Moro, il maresciallo Oreste Leonardi, i brigadieri Domenico Ricci e Francesco Zizzi, gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino - il solo che riuscì a replicare con due colpi. Furono annientati in una manciata di secondi.

* * *
Non è la maledizione quel che abita in via Fani, queste sono sciocchezze. Quel che mette a disagio, se ci si guarda intorno, è la memoria. Un'ingombrante memoria, in questo colle di Roma, non aiuta quel po' di storia identitaria che abbiamo messo insieme negli ultimi trent'anni. L'immagine del passato è ancora lì incorrotta come per il ricordo dell'assassinio di JFK o dell'11 settembre. Non c'è chi non ricordi dov'era e con chi in quel momento, che cosa disse e fece in quel momento preciso quando seppe che cosa era accaduto a Roma. Non c'è chi non abbia ancora negli occhi - al punto da poterne sentire ancora l'ansia - i parabrezza frantumati, i fori neri nell'auto bianca, il corpo di Iozzino a braccia larghe coperto da un lenzuolo bianco e la macchia di sangue sull'asfalto - densa, scura - un caricatore vuoto accanto al marciapiede nel piano sequenza di 3 minuti e 12 secondi dell'operatore del Tg che accompagna la voce ansimante di Paolo Frajese. Quel che non va è la storia, non la memoria. La storia, dopo trent'anni, dovrebbe essere ferma, fissa in un ordine temporale chiuso e ordinato, immobile, ragionevolmente condivisa alle nostre spalle e dovrebbe essere deficit della memoria farsi abitualmente ondivaga, flessibile, soggettiva, un po' falsaria. Per il "caso Moro" quest'equilibrio è capovolto: la memoria è solida, resistente, "condivisa"; la storia è fragile, contraddittoria, incerta, ancora precaria, quasi impedita dalla memoria. Dalla memoria dei brigatisti che scrivono, parlano, raccontano tra silenzi e omertà; la memoria di chi era al potere in quei giorni e ancora ha voce oggi: più che parlare spiegando, dissimula, confonde reticente e ancora oggi nasconde che cosa è stato.

Si può riattraversare la strada ora. Dalla siepe di pitosforo verso l'angolo dove furono bloccate le auto. Sul muro tufaceo c'è una lapide, protetta da un vetro, che ricorda i custodi di Moro. "In questo luogo cinque uomini, fedeli allo Stato e alla democrazia, sono stati uccisi con fredda ferocia mentre adempivano al loro dovere". Non si legge di Aldo Moro, come se quegli uomini non fossero morti per il presidente della Dc. Non si legge dei terroristi delle Brigate rosse, come se non fossero, loro, gli assassini. Sottratte le ragioni e i responsabili, chi ha ucciso quegli uomini e perché? Non c'è scritto. Come se non potesse essere ancora scritto. Come se fosse ancora troppo azzardato scolpirlo nella pietra. Come se ancora non se ne potesse fare "storia". Come se fossimo tutti d'accordo a consegnarci a una sorta di "smemoratezza patteggiata".

* * *
Aldo Moro fu ucciso in via Camillo Montalcini, 8. Al primo piano, interno 1, fu interrogato e "processato" per 54 giorni, prigioniero in un cubicolo largo poco più un metro e lungo quattro, ricavato con una parete di cartongesso nel salone doppio che dava su un piccolo giardino. La mattina del 9 maggio i suoi carcerieri lo fecero vestire con gli stessi abiti di marzo. Lo costrinsero in una cesta. Due rampe di scale. Il garage. Nel box, la Renault 4 amaranto era parcheggiata con il muso verso l'esterno. Entrarono. Lo sistemarono nel bagagliaio. Il corpo di traverso appoggiato sul fianco sinistro. Gli coprirono il volto con il lembo di una coperta di colore rosso bordò. Mario Moretti e Germano Maccari gli spararono con una Walter Ppk silenziata, che si inceppò subito, e due raffiche definitive di una Skorpion. Non c'è alcuna traccia di quest'orrore in via Montalcini. La via è deserta. Nemmeno al capolinea degli autobus più avanti c'è anima viva. La "prigione" ha le serrande abbassate come se l'appartamento fosse abbandonato e senza vita e ci si occupasse soltanto del piccolo giardino che appare ben curato. Nel condominio nessuno risponde al citofono. Sono tutti al lavoro. Pare che si venga qui soltanto per dormire. In strada, due manovali rumeni. Chiedere di Moro? Sul muro, non una targa né una lapide né alcun segno. Anche qui, non c'è traccia della "storia" in questa strada anonima e appartata della Portuense dove Anna Laura Braghetti e Germano Maccari vigilarono sul presidente della Dc e Mario Moretti lo interrogò. Un luogo introvabile in quei giorni. Invisibile, quasi misterioso nonostante le perquisizioni, gli accertamenti, i posti di blocco, le "battute". Ogni giorno per cinquantaquattro giorni ci furono in Italia 1294 posti di blocco (157 nella capitale), 1881 pattugliamenti (444 a Roma), 637 perquisizioni (173 a Roma). Furono controllati in quel periodo 6 milioni e mezzo di italiani e tuttavia per lo meno una ventina di brigatisti riuscirono con successo ad attraversare la capitale in lungo e in largo in quei giorni; a telefonare alla famiglia e agli amici del presidente della Dc da piazza Colonna, da via Giulio Cesare, dalla controllatissima Stazione Termini; a incontrarsi in piazza Barberini, all'angolo di via Veneto per decidere finalmente se uccidere o liberare il "prigioniero"; a cenare più volte a Trastevere con i leader dell'Autonomia sollecitati dal partito socialista a tentare una trattativa; a stampare volantini nella tipografia al 31 di via Pio Foà; a consegnarli nella Galleria Esedra, di fronte al Grand Hotel, in piazza Risorgimento, in piazzetta Augusto Imperatore, addirittura "nel quadrilatero del Palazzo" dentro il cestino della carta straccia di quella piazza del Gesù dove la sede della Democrazia era diventata l'epicentro della tragedia per gli uomini della Democrazia Cristiana - Zaccagnini, Anselmi, Misasi, Galloni, Pisanu, Bodrato, Taviani. Vi si riunivano in "costante contatto" con Cossiga (ministro dell'Interno), Andreotti (presidente del Consiglio), Fanfani (presidente del Senato), Leone (presidente della Repubblica) per decidere, come sostiene a ragione Giovanni Moro, di non decidere: evitarono ogni dialogo e trattativa con i sequestratori e si preclusero, nello stesso tempo, ogni possibilità di rintracciare davvero la prigione di Moro o gli appartamenti abitati dai terroristi (via Gradoli, via Chiabrera, Borgo Pio). Come, al contrario, si fece prima e dopo quel 16 marzo del 1978 per il giudice Mario Sossi, il generale James Lee Dozier, l'assessore regionale Ciro Cirillo.

* * *

La Renault 4 targata N56786 con il corpo di Aldo Moro, nascosto alla vista dalla coperta nel portabagagli, si muove intorno alle sette del mattino lungo le strade secondarie della Magliana, Monteverde, Trastevere. Poi, il ponte sul Tevere e il Ghetto. Piazza Mattei. Piazza Paganica. Botteghe Oscure deserta. L'auto volta a destra in via Michelangelo Caetani. La parcheggiano tra i civici 8 e 9 accostata allo stretto marciapiede di porfido, il muso rivolto verso via Funari.

Via Caetani è una strada breve, austera, umida, buia. Ci si passa in fretta. C'è una sola macchia di colore nel grigio della pietra. È di fronte al palazzo che ospita l'Istituto di storia moderna, la Discoteca di Stato, il Centro studi americani. La macchia di fronte a Palazzo Caetani è di un giallo sbiadito lungo poco più di due metri, alto tre. Al centro, la lapide ricorda: "Cinquantaquattro giorni dopo il suo barbaro rapimento, venne ritrovato in questo luogo, la mattina del 9 maggio 1978, il corpo crivellato di proiettili di Aldo Moro. Il suo sacrificio freddamente voluto con disumana ferocia da chi tentava inutilmente d'impedire l'attuazione di un programma coraggioso e lungimirante a beneficio dell'intero popolo italiano resterà quale monito e insegnamento a tutti i cittadini per un rinnovato impegno di unità nazionale nella giustizia, nella pace, nel progresso sociale".

Anche qui nessun accenno ai cinque uomini che, prima di Moro, sacrificarono la loro vita. Nessun riferimento, nessuna allusione alle Brigate rosse. Come se la strage di via Fani e l'assassinio di Moro non appartenessero alla stessa tragica parabola. Come se chi venisse dopo di noi non dovesse conoscere i responsabili e la ragione di quelle barbarie, la loro contiguità nella morte. Anzi, la ragione di quella tragedia è come nascosta, reinventata. Dicono che via Caetani sia stata una "scelta simbolica" per le Brigate rosse. Dicono che la strada è giusto nel mezzo tra il palazzo di via Botteghe Oscure, dov'era la direzione del Partito comunista, e palazzo Cenci Bolognetti che ospitava, a piazza del Gesù, gli uffici della direzione della Democrazia cristiana. Dicono che quell'uomo mostrato agli occhi del Paese come un fagotto gettato in fretta in un'auto doveva dire agli italiani quanto fosse impossibile e nefasto il patto politico del "compromesso storico". Nella costruzione di questa memoria - di questo bisogno di memoria - c'è una manipolazione, uno scarto anche toponomastico. Via Caetani non è nel mezzo tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù. È lontano un centinaio di metri dal palazzo rosso. È in un'altra direzione rispetto al palazzo bianco. La "nuova" collocazione di quella strada buia nel cuore di Roma scolpisce nella memoria collettiva una rappresentazione sapientemente alterata della morte di Aldo Moro. Liquida con una scelta perentoria ogni necessità di storia ("Tutto è così chiaro"). Ne confonde le logiche. Ne occulta le responsabilità. Rende di "geometrica potenza" la lucidità politica dell'assalto allo Stato delle Brigate rosse. Esalta la "fermezza" delle istituzioni pubbliche e delle forze politiche, anche quando è stata soltanto un espediente strumentale o ipocrita. Rende possibile una quieta "comunione nella dimenticanza" protetta da una memoria collettiva che lascia senza risposte assennate le questioni essenziali. Se le Brigate rosse o chi, attraverso loro, tirava dall'esterno o dall'interno i fili di una cospirazione voleva liberarsi dello scomodo Moro per impedire l'accesso dei comunisti nell'area di governo, perché rapirlo e non ucciderlo subito, lì a via Fani, con la sua scorta? È proprio vero che i comunisti avrebbero votato la fiducia al IV governo Andreotti, nonostante le perplessità sui nomi dei ministri? O al contrario fu il sequestro di Moro che li costrinse a metter da parte i molti dubbi che avrebbero dovuto sciogliere proprio quella mattina del 16 marzo? Quale influenza ebbe - non sul sequestro del presidente della Dc, ma negli ambigui 54 giorni che seguirono - quell'"area occulta del potere" che, negli italiani anni settanta, era particolarmente affollata di logge massoniche, servizi segreti "deviati", affaristi, neofascisti, mafiosi, grand commis, prelati, imprenditori e, sull'altro fronte, di sindacalisti, giornalisti, politici, intellettuali legati alla sinistra extraparlamentare e "rivoluzionaria"?

* * *
Eleonora Moro non abita più in via del Forte Trionfale, 79. Cinque anni fa, anche lei, è andata via. L'uomo che ripulisce il breve viale di accesso non l'ha mai conosciuta né vista.

* * *
Non c'è più la Democrazia cristiana. Non c'è più il Partito comunista. Non ci sono più quelle Brigate rosse. Quel mondo è scomparso. I morti sono sottoterra. Gli assassini sono liberi. Dopo trent'anni, abbiamo soltanto la nostra memoria a confondere ogni differenza. Può essere la conclusione, provvisoria. Non siamo riusciti a fare i conti con la nostra storia, con un assassinio che ha chiuso alle nostre spalle, come un cancello di pietra, i primi tre decenni della Repubblica. Questa collettiva impotenza ci consente soltanto i ricordi che ci fanno più comodo, che ci appaiono - al momento - più utili.

Se così deve essere, il miglior ricordo è ancora oggi soltanto nelle parole che, nell'ora dell'addio, Aldo Moro scrisse a "Norina". "Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo".

  





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Messaggio Re: Nel ricordo di Aldo Moro e della sua scorta 
 



Domenica, 16 Marzo : 2008 Agi news



LA FIGLIA DI MORO:
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TERRORISTI DITE LA VERITA'


"La verita' credo che debba essere ancora ricostruita per tanti aspetti e credo che ognuno dovrebbe fare il proprio dovere dando la possibilita' di studiare tutte le carte disponibili e avendo anche il desiderio che chi ha compiuto questi atti di terrorismo abbia la forza e l'onesta' di dire come sono andate le cose effettivamente. Tante persone non sanno neanche chi ha ucciso i loro cari e questo non puo' essere tollerato". A sottolinearlo e' Agnese Moro, figlia dello statista democristiano ucciso dalle Brigate rosse. Agnese Moro, che presiede l'Accademia di Studi Storici intitolata a suo padre, parla di un quadro ancora "non nitido" della ricostruzione dei giorni del sequestro e sottolinea la necessita' di non dimenticare i nomi di Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi affinche' non accada piu', in futuro, come racconta esserle successo di recente, di "aprire un manuale di storia e di trovare i loro nomi riportati soltanto in appendice. Per me - afferma a proposito della ricorrenza di oggi - la cosa piu' importante e' ricordare gli uomini che sono morti in via Fani: erano delle brave persone, avevano tutta la vita davanti, erano giovani, erano pieni di affetti, avevano le loro famiglie e il ricordo di oggi per me e' sempre dedicato a loro". Oggi, come ogni 16 marzo, davanti alla lapide di via Fani si avvicendano rappresentanti delle istituzioni e delegazioni di partito: "Penso che possa essere l'occasione per loro come per tutti noi - sottolinea Agnese Moro - di fermarsi a riflettere in profondita' sulla nostra storia e anche su quanto costa il cammino che stiamo facendo faticosamente verso una democrazia sempre piu' ampia e piu' solida". (AGI) - Roma, 16 marzo -

DA TESTIMONE A SCRITTRICE: IL RUMORE DEI MITRA MI SCONVOLSE
IL PRIMO RADIOCRONISTA IN VIA FANI "RESTAI SCIOCCATO"
ALEMANNO: ANNIVERSARIO FONDAMENTALE PER STORIA ITALIANA
BERTINOTTI: UOMO DEL DIALOGO FRA POLITICA E SOCIETA'
RUTELLI: FERITA NON ANCORA CHIUSA

  





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Messaggio MORO: ARCHIVIATA A ROMA LA SETTIMA INCHIESTA 
 



Giovedì, 3 Aprile : 2008

MORO:
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ARCHIVIATA A ROMA LA SETTIMA INCHIESTA


ROMA - La magistratura romana ha archiviato l'ultima inchiesta, la settima in ordine di tempo, aperta sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, avvenuti 30 anni fa nella capitale. La decisione è stata presa dal gip Maria Teresa Covatta su richiesta del procuratore aggiunto Franco Ionta. L'inchiesta era quella avviata nel marzo del 2004 in seguito ad un'istanza presentata, tramite l'avvocato Nino Marazzita, da Eleonora e Maria Fida Moro, rispettivamente moglie e figlia dello statista Dc.

Gli accertamenti hanno riguardato una serie di aspetti sollevati dall'avvocato Marazzita e, in particolare, quello relativo all'ipotesi che la rete 'Separat', guidata dal terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, fosse in contatto, durante la gestione del rapimento di Moro, con un personaggio molto vicino a Valerio Morucci, uno dei componenti del commando che agì in via Fani il 16 marzo 1978. Il sospetto, come emergeva da una documentazione dei servizi segreti ungheresi, era che qualche apparato spionistico di un paese dell' est europeo potesse avere, tramite l' organizzazione 'Separat', condizionato le scelte delle Brigate Rosse in sede di discussione sulla sorte di Moro. Nella richiesta di archiviazione Ionta aveva sostenuto che, a conclusione delle indagini, non erano emersi rapporti diretti dell'organizzazione di Carlos con le Brigate Rosse. Nel novembre 2004 il magistrato romano provò ad interrogare il terrorista a Parigi, dove è detenuto, ma quest'ultimo di avvalse della facoltà di non rispondere. Altre questioni indicate nell'istanza di riapertura delle indagini, alla quale erano allegati numerosi documenti acquisiti dalla commissione Mitrokhin, erano: l'ipotesi che dietro il sequestro Moro ci fosse "una combine di interessi italiani e stranieri, principalmente P2, Kgb e Cia il cui scopo sarebbe stato quello di bloccare la politica di apertura verso il Partito Comunista Italiano"; la necessità di approfondire il ruolo dell'ex borsista russo Sergej Sokolv, il cui nome compariva nel cosiddetto dossier Mitrokhin come agente del Kgb e che conobbe Moro nel corso di lezioni svolte da quest'ultimo all'università di Roma; la possibilità che il covo nel quale fu tenuto prigioniero il presidente della Dc non fosse in via Montalcini, ma uno più vicino a via Caetani, il luogo dove fu fatto ritrovare il cadavere dello statista. Su questi punti il procuratore aggiunto Ionta, già rappresentante dell'accusa in alcuni processi sui fatti di via Fani, ha sostenuto, nella richiesta di archiviazione, che si tratta di questioni già esaminate nel passato: ad esempio era noto che Sokolov non fosse più residente a Roma quando avvenne il sequestro, e che sulle altre fattispecie indicate non sono comunque emersi ulteriori elementi di riscontro.

  





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Messaggio Trent'anni fa il sequestro e l'omicidio Moro: 9 Maggio '78 
 



Sabato, 3 Maggio : 2008  

AGNESE MORO:
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SPERIAMO NELL'APERTURA DEGLI ARCHIVI


MONTEMARCIANO (ANCONA) - La figlia di Aldo Moro, Agnese, spera che ci sia "qualcosa di più completo" negli archivi che dovrebbero essere aperti con la decadenza del segreto di Stato, 30 anni dopo il rapimento e l'uccisione del presidente della Dc da parte delle Br. "Stiamo a vedere - ha detto ai giornalisti all'uscita del Santuario della Madonna dei Lumi a Montemarciano, dove i genitori si sposarono il 5 aprile 1945 e dove stamani è stata celebrata una messa in memoria di Moro e della sua scorta -. Più che altro ritengo che non abbiamo una ricostruzione sostenibile secondo la logica". E quanto alle frasi della madre Eleonora, raccolte in un libro dall'ex magistrato e parlamentare Ferdinando Imposimato, secondo le quali la morte di Moro sarebbe stata voluta "dallo Stato", Agnese ha sottolineato che si trattava di "dichiarazioni confidenziali. Lei però è stata sempre convinta che non sia stato fatto tutto per salvarlo, un'opinione condivisa da molti". Ritiene che i colpevoli abbiano pagato? "Quante domande mi fate in una bella giornata di sole come questa...". I giornalisti le hanno chiesto se la risposta significasse un 'no': "lei cosa ne dice?", ha replicato la figlia di Moro.


Trent'anni fa il sequestro e l'omicidio
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di Aldo MoroMoro


I 55 GIORNI PIU' LUNGHI DELLA REPUBBLICA

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Dal rapimento alla morte, da via Fani a via Caetani. In 55 giorni si consuma il dramma di Aldo Moro, rapito dalle Br il 16 marzo 1978 e ritrovato cadavere nel bagagliaio di una Renault 4 in una strada del centro di Roma, tra piazza del Gesu', dove aveva sede la Dc, e Botteghe Oscure, quartier generale del Pci. Nella cronaca dell'Ansa e nella documentazione raccolta dalla Reazione Dea la ricostruzione di quei giorni, 30 anni dopo.

Cronologia dei fatti principali dei  55 giorni del rapimento Moro:


- 16 marzo: poco dopo le 9 un commando delle Brigate Rosseentra in azione a via Fani, a Roma. In pochi minuti, dopo averebloccato con un tamponamento le auto del presidente Dc AldoMoro, le Br uccidono i 5 uomini di scorta (due carabinieri e trepoliziotti) e portano via Moro su una Fiat 132 blu. Poco doporivendicano l'azione con una telefonata all'ANSA. Cgil, Cisl eUil proclamano lo sciopero generale. In serata il governoAndreotti, il primo con il voto favorevole del Pci, ottiene lafiducia alla Camera e al Senato.
- 18 marzo: arriva il 'Comunicato n.1' delle Br, che contienela foto di Moro e annuncia l'inizio del 'processo'. Funeralidegli uomini della scorta. - 19 marzo: Papa Paolo VI lancia il suo primo appello per Moro.
- 20 marzo: al processo di Torino, il 'nucleo storico' delle Brrivendica la responsabilita' politica del rapimento.
 - 21 marzo: il governo approva il decreto antiterrorismo.
- 23 marzo: il Pci approva la linea della fermezza.
 - 25 marzo: le Br fanno trovare il 'Comunicato n.2'.
 - 29 marzo: arriva il 'Comunicato n.3' con la lettera alministro dell'Interno Cossiga in cui Moro dice di trovarsi''sotto un dominio pieno e incontrollato'' e accenna allapossibilita' di uno scambio. Moro non voleva renderla pubblica,ma i brigatisti scrivono che ''nulla deve essere nascosto alpopolo''. Recapitate anche altre lettere indirizzate alla moglie e a Nicola Rana.
- 30 marzo - La direzione Dc approva la linea della fermezza.
- 2 aprile: A Zappolino (Bologna) si svolgerebbe la sedutaspiritica dalla quale esce l'indicazione 'Gradoli'.
- 4 aprile: Arriva il 'Comunicato n.4', con una lettera alsegretario della Dc Benigno Zaccagnini. ''Moralmente - scriveMoro - sei tu ad essere al mio posto''.
- 6 aprile: Le Br consegnano alla moglie di Moro una letterain cui il presidente DC la invita a fare pressioni contro lalinea della fermezza. Le forze dell'ordine controllano l'interopaesino di Gradoli, nella zona di Bolsena.
- 7 aprile: Il Giorno pubblica una lettera di Eleonora Moroal marito. La famiglia tiene un linea autonoma, rispetto alla''fermezza'' del governo. - 10 aprile: Le Br recapitano il 'Comunicato n.5' e una letteradi Moro a Taviani, che contiene forti critiche.
- 15 aprile: Il 'Comunicato n.6' annuncia la fine del 'processopopolare' e la condanna a morte di Aldo Moro.
 - 17 aprile: Appello del segretario dell'Onu Waldheim.
 - 18 aprile: Grazie a un' infiltrazione d'acqua, è scoperto ilcovo di via Gradoli 96. I brigatisti (Moretti e Balzerani) sonopero' assenti. A Roma viene trovato un sedicente 'comunicaton.7' che annuncia l'esecuzione di Moro il cui corpo sarebbe nelLago della Duchessa. Il comunicato, falso in modo evidente, èperò oggetto di verifiche. Per giorni il corpo di Moro sara'cercato, con grande schieramento di forze, in un lago dimontagna, tra le province di Rieti e L'Aquila, ghiacciato damesi.
- 20 aprile: Moro è vivo. Le Br lasciano il vero 'Comunicaton.7' insieme a una foto di Moro con un giornale del 19 aprile.Zaccagnini riceve un
'altra lettera di Moro. - 21 aprile: la direzione Psi e' favorevole alla trattativa.
- 22 aprile: messaggio di Paolo VI agli ''Uomini delle Brigaterosse'' perche' liberino Moro ''senza condizioni''.
- 24 aprile: il 'Comunicato n.8' delle Br chiede in cambio diMoro la liberazione di 13 Br detenuti, tra cui Renato Curcio.Zaccagnini riceve un'altra lettera di Moro, che chiede funeralisenza uomini di Stato e politici.
- 29 aprile: E' il giorno delle lettere. Messaggi di Moro sonorecapitati a Leone, Fanfani, Ingrao, Craxi, Pennacchini,Dell'Andro, Piccoli, Andreotti, Misasi e Tullio Ancora. Moroscrive che lo scambio è la sola via di uscita.
- 30 aprile: Un brigatista (sembra Moretti) telefona a casaMoro e dice che solo un intervento di Zaccagnini, ''immediato echiarificatore'' puo' salvare la vita del presidente Dc.
- 2 maggio: Craxi indica i nomi di due terroristi ai quali sipotrebbe concedere la grazia per motivi di salute.
- 5 maggio: Andreotti ripete il no alle trattative. Il'Comunicato n. 9' annuncia: ''Concludiamo la battagliacominciata il 16 marzo, eseguendo la sentenza''. Lettera di Moroalla moglie: ''Ora, improvvisamente, quando si profilava qualcheesile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine diesecuzione''.
 - 9 maggio: Verso le 13,30, in via Caetani (vicino alle sedidi Dc e Pci), dopo una telefonata di Morucci avvenuta poco primadelle 13, la polizia trova il cadavere di Moro nel portabagaglidi una Renault 4 rossa. Era in corso la direzione Dc, dovesembra che Fanfani stesse per fare un discorso aperto allatrattativa. Moro sarebbe stato ucciso la mattina presto nelgarage di via Montalcini, il covo usato dai brigatisti come''prigione del popolo''.


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