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Lunedì, 8 Settembre : 2008
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Diverse vicende si connettono in un flash back di 24 ore al destino di Emma, piacente donna, e dei suoi figli che il marito, geloso fino alla paranoia, si ostina a non voler lasciare. Tratto da un asciutto e drammatico romanzo preesistente di M. Mazzucco, sceneggiato dal regista, insieme a S.Petraglia, è il primo film che non parli dell’immediato universo familiar-personale dell’autore turco. A mio avviso è una sfida vinta. Emerge la capacità di unire le varie vicende, facendo perno su quella di Emma, dando a d ognuna di loro la compattezza richiesta, pur in termini estremamente sintetici. Ognuno di loro, all’acme della sua tensione, si rivolge alla Macchina da Presa, in un procedimento stilistico molto originale: ma difficilissimo da gestire. Perché il mettersi direttamente in contatto con il pubblico implica una metatestualità che potrebbe disperdere, con un insopportabile vezzo intellettualistico, l’atmosfera drammatica e interrompere l’escalation di tensione raggiunte. Eppure funziona. I personaggi, dilaniati dai loro conflitti, esprimono davanti a noi tutta intera, nuda, indifesa la loro umanità; anche se si trovano come circondati dall’incapacità di riprendere il controllo delle loro esistenze, in un parossismo di negatività se non di autodistruttività. La loro limitatezza ci è comunicata: è come se cercassero in noi, quella compassione, che essi non sono in grado di darsi, presi, anzi impossessati, dalle loro negatività. Qui Ozp. rivela il suo talento nel comunicarci sentimenti forti e farceli condividere. Non è che non esprima giudizi: ma lascia che noi acquisiamo dei personaggi, di tutti, e delle loro dinamiche, una visione più profonda. Il film si regge su un montaggio impeccabile che disarticola i singoli punti di vista, ma li riconnette con astuzia nel fluire logico dei piani temporali, che sono posti su un’unica linea, anche se esprimono delle risultanze finali di processi in atto o venuti a maturare da tempo. Processi padroneggiati da attori, tutti, di grande bravura, perché messi in grado di esprimere in pochi gesti di sintetica e forte efficacia, processi d’intensa drammaticità, sviluppati nel silenzio, nel non-detto delle angosce quotidiane. Nella direzione degli attori, c’è uno specifico talento del regista. Mi ha colpito molto il ritratto dell’Onorevole, la sua feroce disillusione rispetto alla politica e nel fallimento della sua sfera familiare, l’attore V.Binasco. Il Mastandrea dà corpo ad una disperazione senza volto, senza tregua, che convive come un’insidiosa serpe annidata nella normalità apparente: la Ferrari, nella sua generosa e sensualissima fragilità ne è l’interfaccia ideale.
















