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Un passo oltre la crisi
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Lunedì, 20 Ottobre : 2008  VITTORIO EMANUELE PARSI, La Stampa

Un passo oltre la crisi


Regole per gestire l’emergenza, ma non l’emergenza come regola, nella consapevolezza che il vizio, o la malattia, dell’Italia, e non certo da oggi, consiste nel trascinarsi nel presente quel tanto che basta a far perdere di vista il futuro. I tempi di crisi possono richiedere una «costituzione per l’emergenza», per parafrasare il titolo del bel volume di Bruce Hackermann, dedicato ai rapporti tra sicurezza e libertà negli anni della lotta al terrorismo. E però proprio la draconiana correzione di rotta, che la gravità degli eventi può persino arrivare a imporre, non deve far scordare che le misure imprescindibili per superare il rischio di naufragio non possono trasformarsi in provvedimenti permanenti.

Se è saggio ridurre la velatura durante una burrasca, guai a quel capitano che, rinunciando a decidere la rotta, si accontentasse del piccolo cabotaggio, «dimenticandosi» di tornare a liberare le vele non appena le condizioni lo consentissero nuovamente.

Il dibattito politico italiano sembra oggi incagliato nelle pregiudiziali ideologiche e, ancor di più, nei rispettivi catastrofismi, che sembrano decisamente inutili e persino irritanti, soprattutto quando l’opinione pubblica chiede piuttosto di poter capire le dimensioni reali della crisi presente e di ricevere gli elementi necessari ad alimentare una ragionevole fiducia nel futuro. Del resto, proprio la gravità della situazione ci spinge alla ricerca di criteri che consentano di giudicare la bontà delle decisioni a prescindere dal colore politico di chi le attua o le propone. Uno, molto semplice e per questo efficace, si ritrova nell’ampia intervista che Luca Cordero di Montezemolo ha rilasciato ieri alla Stampa. Sono giuste quelle scelte che non precludono un futuro all’Italia. Sono sbagliate quelle posizioni che invece di «trasformare» le paure dei cittadini si limitano a cavalcarle. In questo senso è importante tenere distinti il piano dell’emergenza temporanea da quello della struttura permanente. Il capitalismo non sta morendo, e ciò che i cittadini (in quanto imprenditori e in quanto lavoratori) si aspettano nell’immediato dalle autorità politiche non è un nuovo colbertismo o il ritorno all’intervento pubblico nell’economia, ma regole efficaci e semplici per consentire un gioco più corretto, ampliato a più attori (anche stranieri), e un sostegno «eccezionale» fino a quando le normali condizioni di mercato non saranno ristabilite. Nel lungo periodo, sempre i medesimi soggetti (imprenditori e lavoratori) hanno bisogno di quelle misure necessarie a far riprendere il largo all’economia italiana, orientate a favorire flessibilità, mobilità sociale, alleggerimento di massa della pressione fiscale e concorrenza.

Evidentemente, a governo e opposizione spettano responsabilità diverse, e i giudizi positivi che l’esecutivo raccoglie, non solo nei sondaggi d’opinione, sono il frutto della capacità di aver cominciato a prendere decisioni per troppo tempo rinviate. Oltre ai provvedimenti legati alla contingenza finanziaria ed economica, è un settore strategico come l’istruzione quello che costituirà il banco di prova della volontà riformatrice del governo Berlusconi. L’istruzione è infatti il campo in cui meglio si coglie lo snodo delicato tra il presente e il futuro di una società: e alla politica spetta la responsabilità di farci capire se intende pensare l’istruzione come risorsa a disposizione per il futuro della società o come asset utile per alimentare nel presente i propri bacini elettorali.

Su questo snodo la sinistra italiana appare oggi in drammatico ritardo. Proprio nel dibattito sulla riforma Gelmini l’operato dell’opposizione desta più di una perplessità. Un refrain ricorrente, in Italia ma anche altrove, accusa la destra di cavalcare le paure per trarne sostegno elettorale (quella degli immigrati, quella della criminalità...). Difficile non constatare come, sulla riforma della scuola, non sia invece la sinistra ad agitare la paura del cambiamento e gli spettri di una «rapina del futuro», mentre nel frattempo si arrocca in una difesa miope del presente e dei presunti vantaggi che spera di ricavare da una politica «oggettivamente conservatrice». Magari ci sbaglieremo, ma se sulla scuola continuerà in questa strategia, l’unica a vedersi scippata del proprio futuro dalla riforma Gelmini sarà la sinistra italiana.

  





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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