Una visita nel silenzio della notte
di Silvano Agosti
Non so che ora sia, ma certamente è passata la mezzanotte quando, grazie al silenzio impeccabile dell’oscurità, avverto alcuni deboli colpi alla porta. La tengo sempre aperta la porta di casa, perché in questo modo ho l’impressione che la mia abitazione sia al centro del quartiere, che è al centro della città, città che è al centro di una regione, e la regione fa parte del Paese, aggregato al Continente, e il Continente non è che un’ampia stanza del mondo, il quale mondo fa parte del Sistema solare, che non ha nulla che lo separa dalla nostra Galassia.
Insomma attraverso la porta socchiusa di casa contemplo, a volte anche solo nell’immaginario, l’infilata di spazi che culminano nientemeno nell’infinito. Insomma i deboli colpi mi hanno fatto trasalire pensando che la porta fosse chiusa. Invece era aperta e di fronte a me, avvolta nell’imbarazzo dell’ora e in una scarsa conoscenza reciproca, c’era la mamma di Guglielma, una corputa calabrese, mia dirimpettaia capace spesso di far vibrare i vetri delle finestre con le sue urla di esasperazione, dovute a qualche piccolo o grande problema domestico.
“Silvano, mi fai un piacere? Fammi morire in pace a casa tua. Mi vogliono rinchiudere. So che sei buono. Io sto male perché ho sentito mia figlia dire al telefono che domani mi porta in una casa per anziani”.
“Accomodati”. Sussurro, cercando di essere il più naturale possibile. È in fondo la prima volta che qualcuno mi chiede di morire a casa mia.
“Sapessi quanti sacrifici ho fatto per lei ... . Mia figlia era tanto gentile, poi ha conosciuto l’abissino e da allora...”
“Chi è l’abissino?”, chiedo aiutandola a sedere sul divano.
“Il suo bellimbusto”.
Mi appanna lo sguardo avvertire il fetore di una spietatezza familiare, quella strisciante ferocia che si consuma nelle famiglie, dove il disprezzo sembra essere il solo legame.
“Ma guarda che tua figlia non ti metterà mai all’ospizio”.
Suona il telefono. “È lì mia madre?”
Istintivamente rispondo di no.
Quando torno nel salone l’anziana donna si è addormentata. Sognerà di essere amata e, svegliandosi, per un po’ si abbandonerà alla ritrovata anche se provvisoria beatitudine. Anch’io mi sono coricato con una sensazione di leggerezza, caratteristica di ogni situazione altamente provvisoria ma vissuta come definitiva.
Insomma attraverso la porta socchiusa di casa contemplo, a volte anche solo nell’immaginario, l’infilata di spazi che culminano nientemeno nell’infinito. Insomma i deboli colpi mi hanno fatto trasalire pensando che la porta fosse chiusa. Invece era aperta e di fronte a me, avvolta nell’imbarazzo dell’ora e in una scarsa conoscenza reciproca, c’era la mamma di Guglielma, una corputa calabrese, mia dirimpettaia capace spesso di far vibrare i vetri delle finestre con le sue urla di esasperazione, dovute a qualche piccolo o grande problema domestico.
“Silvano, mi fai un piacere? Fammi morire in pace a casa tua. Mi vogliono rinchiudere. So che sei buono. Io sto male perché ho sentito mia figlia dire al telefono che domani mi porta in una casa per anziani”.
“Accomodati”. Sussurro, cercando di essere il più naturale possibile. È in fondo la prima volta che qualcuno mi chiede di morire a casa mia.
“Sapessi quanti sacrifici ho fatto per lei ... . Mia figlia era tanto gentile, poi ha conosciuto l’abissino e da allora...”
“Chi è l’abissino?”, chiedo aiutandola a sedere sul divano.
“Il suo bellimbusto”.
Mi appanna lo sguardo avvertire il fetore di una spietatezza familiare, quella strisciante ferocia che si consuma nelle famiglie, dove il disprezzo sembra essere il solo legame.
“Ma guarda che tua figlia non ti metterà mai all’ospizio”.
Suona il telefono. “È lì mia madre?”
Istintivamente rispondo di no.
Quando torno nel salone l’anziana donna si è addormentata. Sognerà di essere amata e, svegliandosi, per un po’ si abbandonerà alla ritrovata anche se provvisoria beatitudine. Anch’io mi sono coricato con una sensazione di leggerezza, caratteristica di ogni situazione altamente provvisoria ma vissuta come definitiva.
* Autore cinematografico (Il Brescia)
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















