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VERSO IL 2008: Voglia di futuro [Download Discussione]
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Messaggio VERSO IL 2008: Voglia di futuro 
 
Lunedì, 31 Dicembre 2007
 
VERSO IL 2008
Voglia di futuro

  

MASSIMO GRAMELLINI (La Stampa)
 
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Per una di quelle ironie in cui la storia è maestra, l'ingresso nel Duemila e l'allungamento della vita hanno estirpato, almeno in questa fetta di mappamondo, il desiderio di futuro. Gli individui, le famiglie, le aziende e gli Stati pattinano su un eterno presente, attraversato da torcicolli nostalgici per un passato ingigantito dai ricordi e un avvenire che si pone come orizzonte estremo la fine del mese.

L'idea che un raccolto copioso abbia bisogno di semine lunghe e un progetto ambizioso di investimenti non immediatamente remunerativi sembra essere diventata il ghiribizzo di qualche sognatore, mentre per millenni è stato il propellente del progresso. Questa superficialità isterica ci ha ridotti allo stremo: depressi, infelici, colmi di rabbia senza orgoglio, in crisi di identità, poveri dentro e ormai pure fuori. Prima che un verdetto economico, il declino occidentale è anzitutto un'atrofia del cuore e della mente, incapaci di progettare il mondo che non abiteranno solo i nostri figli ma anche noi, la generazione più longeva dell'avventura umana. L'anno che verrà può rappresentare il punto di rottura, quindi di svolta. Ed è un'altra ironia della storia che esso coincida con il quarantennale dell'ultima utopia di massa: il Sessantotto. Quel desiderio di portare l'immaginazione al potere da parte di chi al potere ha poi finito per portarvi soprattutto l'immagine: la propria.

L'immaginazione ci serve adesso. Per progettare nuove forme di convivenza, rilucidare valori etici, studiare strategie economiche che tengano conto del cambiamento vorticoso introdotto dall'irruzione di oltre un miliardo e mezzo di indiani e cinesi nel cortile del consumismo. C'è un bisogno gigantesco di futuro, da queste parti. E poiché ogni bisogno, prima o poi, genera una voglia, il miglior augurio che possiamo farci per il 2008, come singoli e come comunità, è che sia l'anno giusto per ricominciare a sfidare la vita con l'animo dei pionieri. Consapevoli che dietro ogni porta che si chiude ce n'è sempre un'altra che si apre. Basta volerla cercare.


Il tempo ritrovato. Ora dipende tutto da noi
 
 BARBARA SPINELLI
 
I sondaggi di popolarità, i voti istantanei che continuamente diamo su internet, e al tempo stesso le rievocazioni rituali di date piccole e grandi del passato. Questo convivere singolare di due dimensioni del tempo: un passato dilatato, un presente su cui pronunciamo giudizi non solo veloci ma pesanti, definitivi, ci ha tolto il gusto del futuro e la capacità di pensarlo, progettarlo, fabbricarlo con sguardo lungo e dunque vera speranza. Ammaliati dall’immediatezza del giudizio impaziente, appesantiti da un passato che sappiamo immutabile, non intuiamo l’essenza del tempo: il suo essere spazio aperto a molteplici futuri, il suo esser fatto non di opinioni e verdetti preventivi ma di azione e responsabilità. Il passato stesso viene distorto da questo sguardo: anche allora le cose andarono in un certo modo, ma per chi le aveva davanti a sé come futuro non c’era in esso alcuna fatalità. La storia non si fa con i se ma il futuro sì, è sempre ancora nelle nostre mani farlo andare in una direzione o l’altra.

Bisogna trovare un equilibrio naturalmente, tra la presunzione dell’onnipotenza e la passività di chi crede che le cose accadano o non accadano senza il nostro concorso. Influenzare il futuro significa conoscere i limiti del giudizio sbrigativo e di un passato vissuto come ripetersi dell’ineluttabile. Il tempo e il durare sono possibili a condizione di combinare libertà e necessità, caso e responsabilità. Dipende da noi come vivremo il 2008 e gli anni successivi: se saremo capaci di attuare progetti con costante tenacia. Dipende dall’elettore americano scegliersi un leader con senso della misura, della legge. Dipende da noi italiani scoprire, quando in agosto vedremo le Olimpiadi in Cina, che dovremo ripensare chi siamo in un mondo più vasto ed esigente.

Sarebbe bello interrompere per un anno sondaggi e commemorazioni, e tentare pensieri profondi sull’urgenza del futuro, sul tempo cui occorre dar tempo, sul nesso da ritrovare tra promessa, realtà, pazienza.


Il tempo perduto e il peso del passato
  
GIOVANNI DE LUNA
 
Arriva un 2008 carico di anniversari. Sarà come sfogliare una grande «agenda del Novecento», partendo dal 1918 della Prima guerra mondiale, per poi ricordare il 1938 delle leggi razziali, il 1948 dell’attentato a Togliatti (della Costituzione e del 18 aprile), il 1958 della morte di Pio XII ( ma anche della legge Merlin), il 1968, il 1978 del rapimento di Aldo Moro e così via. Certo che c’è qualcosa di malato nella logica degli anniversari. È come se il calendario si prendesse la rivincita sugli storici, obbligandoli a ragionare per date e per eventi, in un tempo senza spessore. E a quella stessa logica obbedisce la scelta di schiacciare gli anniversari nella morsa della celebrazione o dell’esecrazione.

Vanno in questo senso le avvisaglie di quello che sarà il dibattito sul ‘68. Da un lato un grottesco processo a una generazione di scansafatiche che ha prodotto guasti senza pagare nessun prezzo e anzi costruendo molte carriere di successo; dall’altro il ricordo compiaciuto di anni «formidabili», un tumultuoso affollarsi di memorie dei protagonisti incapaci di sottrarsi al fascino di un passato che «non passa». E se provassimo ad ancorare gli anniversari solo alle ragioni della ricerca storica? Prendiamo proprio il ‘68. Fu un fenomeno planetario che dagli Stati Uniti all'Europa si sviluppò con idee e strumenti comuni, con gli stessi slogan, la stessa spontaneità, le stesse letture, le stesse canzoni, gli stessi film. Il sasso lanciato a Berkeley nel 1964 diventò una valanga. In California tutto iniziò quando le autorità del campus limitarono l’attività politica degli studenti. Poi, alle rivendicazioni universitarie si affiancarono la ribellione contro le segregazione razziale, la guerra del Vietnam, la fame nel mondo e la rivolta diventò una critica generale alla società Usa.

Fu così negli altri paesi del capitalismo maturo, in Italia, in Germania, in Francia dove il movimento sembrò sfiorare la conquista del potere. Ma fu così anche nella Spagna di Franco, nei paesi comunisti (Polonia e Cecoslovacchia) e nella Jugoslavia di Tito, nel Brasile della dittatura militare e nell’opulento Giappone. Tutto questo aspetta ancora una spiegazione soddisfacente. Perché proprio allora? Perché in tutto il mondo? In questo senso c’è da augurarsi che l’«anniversario» (per il ‘68 come per le altre date dell’«agenda» del 2008) sia l’occasione per avviare risposte soddisfacenti a queste domande, alimentando più le ragioni della conoscenza storica che quelle dei fogli dei calendari


Good bye Sessantotto
 
 Le celebrazioni del quarantennio sono destinate ad affossare definitivamente il "grande sogno"
 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 
«Good vibrations» dei Beach Boy ha fatto quarant’anni, peccato che quel che rimane di quelle fantastiche vibrazioni somigli sempre più al Parkinson. Del resto la leggendaria Marianne Faithfull, cantante e musa del rock, fa la nonna nel film Irina Palm, appena uscito. Nonna palmo-erotica, ma sempre nonna. Bill Clinton, il presidente che ha portato alla Casa Bianca la baby boom generation, ha quattro by-pass; e l'altro presidente che ha portato alla Casa Bianca la stessa generazione da destra, George Bush, sta per andare in pensione, dove è già andato Tony Blair. Benazir Buttho, prima donna degli Anni 60 salita al potere nel mondo musulmano, è stata uccisa, e Bob Dylan si trasforma nell'icona di se stesso, nel film fatto con Martin Scorsese, «No direction home: Bob Dylan», una terribile operazione commerciale con tutti i resti dei suoi ricordi e canzoni.

E se questi Dei del firmamento globale sixties non appaiono più così dorati, anche le star italiane di quei tempi accusano qualche mal di testa. Paolo Mieli, direttore due volte del Corriere, il più importante giornalista uscito dalle fila degli Anni Sessanta, è oggi un astro dell'establishment italiano, Ferrara fa la dieta contro l'aborto, D'Alema vive elegantemente fuori dal Paese, Capanna si occupa di Omg, Sofri è un gentile signore che dispensa saggezza, e tutti noi ci guardiamo allo specchio venti chili e quarant’anni più tardi. Più grassi, più comodi e più che mai convinti di noi stessi - in completo diniego del nostro transito su questo palcoscenico. Abbie Hoffman qualche anno fa pronunciò una epigrafe per questo mondo: «We were young, we were foolish, we were arrogant, but we were right». Boh! Non è certo nemmeno che avevamo ragione. La ragione si vedrà da quanto questa generazione globale, la prima ad esserlo, nata negli stessi anni e cresciuta con gli stessi omogeneizzati e la stessa musica, capirà ora la sua mortalità. Non quella fisica - perché i citati, e non, di quegli anni a noi piacciono ancora tutti - ma quella spirituale. Trasformare il quarantesimo genetliaco che il 2008 propone, dalla galleria di celebrazioni in un onorevole funerale, sarà forse la più dura prova da affrontare per questo gruppo. Good By sixties - la pace sia con voi.

Naturalmente, questo è un consiglio, non un tradimento. Se mai la generazione Anni 60 ha davvero quella superiore capacità creativa e analitica che vanta, dovrebbe oggi essere la prima a capire che un vasto movimento le preme contro. Il cambiamento è infatti il tema sociale più pressante dello sviluppo dei nostri Paesi occidentali, e in questo passaggio, i baby boomer fanno la parte del tappo, dell'élite, della conservazione insomma.

Sono poi, come sempre, le vicende politiche che per prime afferrano gli umori dei tempi. A questa onda devono le loro fortune Zapatero e Sarkozy (ognuno a modo suo); in Inghilterra sono oggi i Tory ad afferrare la bandiera del nuovo contro l'invecchiato Labour, interpretato dal catatonico Brown; in Germania è una donna il cambiamento - e anche se viene da vecchia scuola politica, nuovo è il mix che propone fra governo e gender, interpretando bene la fine della cultura della Guerra fredda. Ma è in due Paesi, lontanissimi tra loro eppure uniti dai profondi segni lasciati dai sixties, che questo clima fra il vecchio e nuovo è più visibile e più insoluto: gli Stati Uniti e l'Italia. Le primarie democratiche in Usa, e il tentativo di fondare il Pd hanno infatti in comune l'esaurimento dell'establishment politico nato da quegli anni. Hillary Rhodam Clinton e Barak Obama sono il caso lampante di quella che, nata come una sfida tra due valori Anni Sessanta, una donna e un nero, si è presto disvelata come guerra intestina per il rinnovamento del Partito democratico.

Barak Obama, ci raccontano ormai quotidianamente le cronache dagli Stati Uniti, ha mobilitato un attivismo giovanile, femminile, bianco e nero, come non se ne vedeva da anni, diverso da quello che muove il Partito democratico a ogni elezione. La passione per Obama è suscitata dalla sua età, dalla sua linea post-ideologica, dal non voler più contare su differenze come bianchi e neri, dal suo essere un outsider senza molti soldi, e dal non essere mai incorso nell'errore politicista di cambiare opinione sulla guerra irachena. A semplificare questo scontro, la frattura passa anche tra i neri: da una parte la potente nera star tv Ophra, totalmente trasversale nel suo appeal, dall'altra per Hillary, i neri degli Anni 60, Angela Davis e Andrew Young, pezzo da novanta dell'establishment del Partito democratico. Del resto cosa ha significato la proposta della signora Clinton, dopo il marito, alla presidenza? Avrebbe dovuto indicare la parità delle donne, in realtà ha solo svelato come i Democratici si siano appiattiti sui Repubblicani. La politica è per I Clinton una professione e un business, fondato su una macchina di potere e soldi, che oggi con Hillary propone di fatto la trasformazione della presidenza del Paese più democratico del mondo, in un modello ereditario e familista, come del resto già hanno fatto i Bush. Quella dei Clinton è la metamorfosi da innovatori (rieccoci ai 60s) a élite. Ma non è questa metamorfosi la ragione anche dello scontento che muove le ondate di antipolitica in Italia? E che non a caso è indirizzata più a destra che a sinistra: compromessi, inefficaci, privilegiati, è l'accusa a una generazione che invece di portare il cambiamento è diventata un'altra élite. Cosa siano oggi, del resto, i politici, i giornalisti, i professionisti venuti dagli Anni 60 (chi scrive inclusa) è nelle cose: dopo aver anni fa portato il mutamento generazionale dentro il sistema, oggi lo dominano e il suo non volerlo cedere è nella evidente resistenza a ogni cambio generazionale che non sia attentamente scelto, selezionato, e cooptato per somigliarle. Che è poi il dilemma in cui si dibatte oggi anche la vicenda politica del Pd e del suo segretario, Walter Veltroni, uomo degli Anni Sessanta lui stesso, mosso da una forte comprensione di questo rinnovamento: il Pd nasce così attraverso la diretta decapitazione delle vecchie élites Dc e Pci; ma il nuovo proposto appare per ora solo un debole esperimento genetico, invece che una autentica trasfusione di sangue fresco.

  





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