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Lunedì, 10 Novembre : 2008 Lucilla Perrini, Brescia Oggi
INTEGRAZIONE. L’Associazione delle donne marocchine in Italia è in prima linea per dare sostegno e consigli alle immigrate tenute in schiavitù e picchiate dai mariti
Fatima è una ragazza maghrebina che è stata picchiata, legata e segregata dai genitori e dal fratello, perché aveva uno stile di vita diverso da quello della propria famiglia. La Corte di Cassazione italiana ha assolto i familiari responsabili delle violenze, perché il comportamento della figlia era scorretto e non conforme alla religione e alla cultura musulmana.
È proprio raccogliendo storie come quella di Fatima, di donne che, una volta arrivate in Italia, restano all’oscuro dei propri diritti e dei servizi sociali e sanitari, che l’Associazione delle donne marocchine in Italia ha deciso di offrire alle donne immigrate che subiscono violenza un aiuto concreto.
«Perché non si arrivi all’omicidio, come nel caso della povera Hina Saleem selvaggiamente sgozzata e sepolta nel giardino di casa dal padre, o di Khatwar, di Samira, di Bouchra, di Kabira, di Darin o di molte altre, uccise da mariti e parenti - afferma la presidente Souad Sbai -. La domanda è questa: si deve aspettare il morto per condannare senza attenuanti di alcun genere la violenza e la sopraffazione?».
LE DONNE IMMIGRATE si integrano più facilmente degli uomini, ma spesso vengono punite dai loro mariti, che godono della complicità delle comunità dei connazionali e dell’ambiguità della legge italiana perché «sostenendo la difesa di culture minoritarie - dice la presidente - si giustificano vere e proprie atrocità, come la violenza fisica e sessuale, l’uxoricidio, la clitoridectomia o infibulazione o fatti lesivi della libertà umana, come i matrimoni imposti a figlie minorenni e non e la poligamia».
Per questo l’Acmid ha istituito un numero verde, l’800911753, «Mai più sola!», che raccoglie le richieste d’aiuto di tutte le donne di ogni nazionalità, vittime di soprusi e di violenze psicofisiche dentro e fuori le mura domestiche.
Il servizio, che risponde in quattro lingue differenti - italiano, arabo, inglese e francese - per poter accogliere il più alto numero di donne in difficoltà, prevede un percorso completo di assistenza alle vittime di violenza, dal primo soccorso al sostegno psicologico, alla consulenza legale.
IL 7 NOVEMBRE il numero verde ha compiuto il primo anno e le richieste di aiuto in questi dodici mesi sono state davvero più del previsto: 3.652 chiamate, l’89,9 per cento effettuate direttamente dalle donne, il 10,1 per cento dagli ospedali e dalle forze dell’ordine, con i quali l’Acmid collabora come mediatore linguistico-culturale.
Il 61 per cento delle telefonate proviene dalla Lombardia, contro il 7,4 per cento per esempio del Veneto, una regione, come quella lombarda, ad alto tasso di immigrazione. Ma il dato più interessante riguarda proprio Brescia, che risulta essere la città italiana dalla quale proviene il più alto numero di chiamate: 404 telefonate registrate durante quest’anno, contro le 396 di Milano.
Il numero delle donne immigrate e residenti a Brescia che hanno richiesto un aiuto al numero verde sono, per dare un’idea, sette volte di più di quelle che abitano a Verona, sei volte quelle di Padova e quattro volte quelle di Bologna. Il dato è preoccupante e confortante insieme: sono donne che subiscono violenza, ma non se ne stanno zitte e trovano il coraggio di chiedere aiuto.
LE DONNE bresciane che hanno contattato il numero verde provengono per lo più dal Marocco (76,7 per cento), poi ci sono state chiamate anche dalle tunisine (8,3 per cento) e dalle egiziane (5,6 per cento).
Le motivazioni sono diverse, ma il 41,6 per cento delle donne telefona perché vuole divorziare. Il problema più diffuso sembra essere quello della poligamia: il 47,2 per cento delle donne che chiedono di essere seguite nel divorzio sono costrette sotto minaccia ad accettare la presenza di una o più mogli sotto lo stesso tetto. Le minacce spesso si concretizzano in un rimpatrio forzato della legittima consorte, per fare posto alla nuova moglie.
IL 14,6 PER CENTO denuncia invece la sottrazione abusiva dei figli o le minacce di rapimento, una sorta di ritorsione contro la moglie che si ribella alle violenze. E infine il 16,4 per cento accusa il coniuge di sottrazione dei documenti di soggiorno. In questo modo la donna perde ogni autonomia e diventa schiava del marito che ha in pugno anche la sua permanenza in Italia, nel momento in cui non rinnova il permesso di soggiorno della moglie.
Fatima è una ragazza maghrebina che è stata picchiata, legata e segregata dai genitori e dal fratello, perché aveva uno stile di vita diverso da quello della propria famiglia. La Corte di Cassazione italiana ha assolto i familiari responsabili delle violenze, perché il comportamento della figlia era scorretto e non conforme alla religione e alla cultura musulmana.
È proprio raccogliendo storie come quella di Fatima, di donne che, una volta arrivate in Italia, restano all’oscuro dei propri diritti e dei servizi sociali e sanitari, che l’Associazione delle donne marocchine in Italia ha deciso di offrire alle donne immigrate che subiscono violenza un aiuto concreto.
«Perché non si arrivi all’omicidio, come nel caso della povera Hina Saleem selvaggiamente sgozzata e sepolta nel giardino di casa dal padre, o di Khatwar, di Samira, di Bouchra, di Kabira, di Darin o di molte altre, uccise da mariti e parenti - afferma la presidente Souad Sbai -. La domanda è questa: si deve aspettare il morto per condannare senza attenuanti di alcun genere la violenza e la sopraffazione?».
LE DONNE IMMIGRATE si integrano più facilmente degli uomini, ma spesso vengono punite dai loro mariti, che godono della complicità delle comunità dei connazionali e dell’ambiguità della legge italiana perché «sostenendo la difesa di culture minoritarie - dice la presidente - si giustificano vere e proprie atrocità, come la violenza fisica e sessuale, l’uxoricidio, la clitoridectomia o infibulazione o fatti lesivi della libertà umana, come i matrimoni imposti a figlie minorenni e non e la poligamia».
Per questo l’Acmid ha istituito un numero verde, l’800911753, «Mai più sola!», che raccoglie le richieste d’aiuto di tutte le donne di ogni nazionalità, vittime di soprusi e di violenze psicofisiche dentro e fuori le mura domestiche.
Il servizio, che risponde in quattro lingue differenti - italiano, arabo, inglese e francese - per poter accogliere il più alto numero di donne in difficoltà, prevede un percorso completo di assistenza alle vittime di violenza, dal primo soccorso al sostegno psicologico, alla consulenza legale.
IL 7 NOVEMBRE il numero verde ha compiuto il primo anno e le richieste di aiuto in questi dodici mesi sono state davvero più del previsto: 3.652 chiamate, l’89,9 per cento effettuate direttamente dalle donne, il 10,1 per cento dagli ospedali e dalle forze dell’ordine, con i quali l’Acmid collabora come mediatore linguistico-culturale.
Il 61 per cento delle telefonate proviene dalla Lombardia, contro il 7,4 per cento per esempio del Veneto, una regione, come quella lombarda, ad alto tasso di immigrazione. Ma il dato più interessante riguarda proprio Brescia, che risulta essere la città italiana dalla quale proviene il più alto numero di chiamate: 404 telefonate registrate durante quest’anno, contro le 396 di Milano.
Il numero delle donne immigrate e residenti a Brescia che hanno richiesto un aiuto al numero verde sono, per dare un’idea, sette volte di più di quelle che abitano a Verona, sei volte quelle di Padova e quattro volte quelle di Bologna. Il dato è preoccupante e confortante insieme: sono donne che subiscono violenza, ma non se ne stanno zitte e trovano il coraggio di chiedere aiuto.
LE DONNE bresciane che hanno contattato il numero verde provengono per lo più dal Marocco (76,7 per cento), poi ci sono state chiamate anche dalle tunisine (8,3 per cento) e dalle egiziane (5,6 per cento).
Le motivazioni sono diverse, ma il 41,6 per cento delle donne telefona perché vuole divorziare. Il problema più diffuso sembra essere quello della poligamia: il 47,2 per cento delle donne che chiedono di essere seguite nel divorzio sono costrette sotto minaccia ad accettare la presenza di una o più mogli sotto lo stesso tetto. Le minacce spesso si concretizzano in un rimpatrio forzato della legittima consorte, per fare posto alla nuova moglie.
IL 14,6 PER CENTO denuncia invece la sottrazione abusiva dei figli o le minacce di rapimento, una sorta di ritorsione contro la moglie che si ribella alle violenze. E infine il 16,4 per cento accusa il coniuge di sottrazione dei documenti di soggiorno. In questo modo la donna perde ogni autonomia e diventa schiava del marito che ha in pugno anche la sua permanenza in Italia, nel momento in cui non rinnova il permesso di soggiorno della moglie.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).


















