In questo forum, sono graditi interventi da parte di persone che - sia pur mantenendo magari il loro ingresso con una user name - firmano i loro interventi con almeno il loro nome (vero) di battesimo perché parlare di cose serie, magari con Lupo Alberto o Orco felice non è molto "stimolante".
Se poi qualcuno avesse anche la "pretesa" di portarci un "verbo" tecnico o professionale che sia, allora sarà INDISPENSABILE che, qui come nell'altra area "tecnica", si registri con il suo nome e cognome esatto, qualifica ecc fornendo quindi tutti i dati necessari a soppesare e poter dare il giusto valore al quanto scriverà.
Anche qui riporto una massima che molto si addice ad argomenti seri che richiederebbero la mobilitazione e l'aiuto di tutti partendo dalla presa d'atto di un problema che esiste e che potrebbe (non lo si augura ma ...) accadere anche a qualche loro congiunto.
Non c'è niente di più deleterio e falso, infatti, del pensare:
"sono cose troppo brutte ... non è possibile .... OPPURE ... ma no, a noi non possono accadere"
Ascoltate quindi un consiglio, sarà quanto mai opportuno il "pensarci" ora perché poi:
“In Germania prima diedero la caccia ai comunisti, e io non protestai perché non ero comunista. Poi diedero la caccia agli ebrei, e io non protestai perché non ero ebreo. Poi fu la volta dei sindacalisti: non feci sentire la mia voce perché non ero sidacalista; e la volta dei cattolici, e io non alzai la mia voce perché non ero cattolico. Alla fine si accanirono su di me e in quel momento non c’era più nessuno a protestare” (Martin Niemoller) |
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 VIOLENZA SESSUALE, IO E MIA FIGLIA NELLE MANI DEL BRANCO
Lunedì, 14 Gennaio : 2008
VIOLENZA SESSUALE,
IO E MIA FIGLIA NELLE MANI DEL BRANCO
(di Francesco Nuccio)
(foto d'archivio)
"Sentivo mia figlia urlare 'mamma aiutami', cercavo di tenerle la mano mentre sentivo le 'loro' mani sul mio corpo. Poi me l'hanno strappata, così come facevano con i miei vestiti. Per un attimo ho pensato, è finita...". Sembra la scena del film La Ciociara, che valse l'Oscar a Sofia Loren, ma la violenza di gruppo nei confronti di madre e figlia da parte di un gruppo di extracomunitari questa volta non è una finzione cinematografica. E non è ambientata negli anni difficili della guerra ma la notte di Capodanno a Milano, davanti al Castello Sforzesco, mentre migliaia di persone festeggiano l'arrivo dell'anno nuovo. A raccontare quegli attimi terribili è Francesca (i nomi sono di fantasia), 48 anni, originaria della Sardegna, che dal settembre scorso si è trasferita a Milano per motivi di lavoro. "Pensavo di cominciare una vita nuova in una città grande, moderna, sopratutto sicura. Ed invece ho conosciuto l'inferno". La donna trattiene a stento le lacrime mentre parla sottovoce; la figlia Claudia, che ha 21 anni, dorme ancora. Tra poco dovrà accompagnarla all'ospedale Mangiagalli, lo stesso dove le hanno ricoverate il giorno dopo l'aggressione, per una visita ginecologica. "Hanno cercato in tutti i modi di stuprarla, ha graffi su tutto il corpo, anche nelle parti intime.
Ma le ferite più laceranti sono quelle che ci hanno lasciato dentro". Anche se il ricordo è doloroso, Francesca ricostruisce nei dettagli quel Capodanno maledetto: "Insieme a Claudia e all'altra mia figlia Marisa, che ha 25 anni, e al marito avevamo deciso di andare al Castello Sforzesco per assistere ai fuochi d'artificio. Ci siamo avvicinati al palco per sentire la musica, ma siamo stati importunati da un giovane extracomunitario che faceva il galletto con Claudia. Per questo abbiamo preferito allontanarci. All'improvviso siamo state circondate, erano tantissimi, almeno una cinquantina. Ci hanno gettato per terra e hanno cominciato a spogliarci, incuranti delle nostre grida". Solo a quel punto l'altra figlia e il genero di Francesca, rimasti indietro, capiscono cosa sta accadendo e si lanciano in soccorso, ma vengono respinti dal muro umano che si è formato attorno alle due donne. "Ormai ci avevano sopraffatte" ricorda Francesca, che tiene a puntualizzare: "Hanno detto che siamo state salvate grazie all'intervento di alcuni passanti e della polizia. E' falso. E' stato uno di loro che a un certo punto ha detto ai suoi compagni di fermarsi. E quando ha visto che continuavano ci ha scaraventato dietro uno steccato gridando 'scappate via'". Madre e figlia, seminude e con i vestiti a brandelli, riescono finalmente a raggiungere insieme con gli altri due congiunti alcune pattuglie della polizia in servizio nella zona.
"Gli agenti ci hanno chiesto cosa era accaduto, ma non sembravano particolarmente turbati. Siamo rimasti fermi dentro le loro camionette, attendendo per un'ora e mezzo l'arrivo di un'ambulanza". Francesca, che lavora come precaria in un negozio di gastronomia, non cerca vendetta ma giustizia: "Una mia collega mi ha aiutato a trovare una penalista che adesso mi sta assistendo. Anche un funzionario della Questura ha deciso di aiutarmi, mi telefona ogni giorno per sapere se abbiamo bisogno di qualcosa. Ma io voglio soltanto che arrestino quegli 'animali'. Mi hanno detto che sono sulle loro tracce. Non sono razzista, non vorrei diventarlo: anche chi ci ha salvato è un extracomunitario. Ma occorrono più controlli, più sicurezza. Ce l'ho con questa città che speravo mi accogliesse e che adesso mi sembra invece lontana e indifferente".
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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