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VITA DI GALILEO Al Teatro Sociale Brescia Dal 13 Al 17-02-08
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Messaggio VITA DI GALILEO Al Teatro Sociale Brescia Dal 13 Al 17-02-08 
 


Giovedì, 14 Febbraio : 2008

VITA DI GALILEO

al Teatro Sociale Brescia
dal 13 Al 17 febbraio 2008

                                                      
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L’uomo e il senso di responsabilità, la ricerca e l’etica, lo scienziato e il potere: si sviluppa fra questi cardini – di assoluta attualità – Vita di Galileo, una delle opere più importanti e profonde di Bertolt Brecht, ma anche una fra le più ambigue e avvincenti. Composto fra il 1938 e il 1943, il dramma fu rielaborato in almeno tre distinte riprese, e costituì sempre un culmine nella produzione brechtiana: una sorta di “testamento spirituale” sia sul piano del lavoro teatrale, che su quello del contenuto morale, per il grande autore di Augusta; un capolavoro nei cui inquietanti chiaroscuri e nelle cui evoluzioni ci sembra di poter intuire le vie per comprendere veramente il XX secolo ed i suoi conflitti, ove sono radicate le ombre del nostro presente…

Sarebbero sufficienti queste prime scarne riflessioni a motivare un nuovo allestimento di Vita di Galileo, ma il testo è ricchissimo di ulteriori induzioni che si rivolgono con forza ancor più dirompente all’uomo contemporaneo, dibattuto più che mai nella scelta fra reificazione e intimi valori, fra anelito al potere e responsabilità, fra conformismo e isolamento.

Temi di profondo coinvolgimento su cui il Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia assieme al Teatro de gli Incamminati intende puntare, nella realizzazione della nuova messinscena dell’opera, affidata al suggestivo ed essenziale linguaggio registico di Antonio Calenda e – per il ruolo del titolo – al vigoroso talento e all’intensa espressività di uno dei maggiori protagonisti della scena nazionale, Franco Branciaroli.

«Per comprendere a fondo il senso e le peculiarità di questo testo – sostiene il regista – è necessario risalire alle grandi motivazioni per cui fu creato, alle riflessioni e agli eventi che spinsero Brecht ad elaborarlo in certe direzioni… Impossibile non correlare l’ultima definitiva versione di Vita di Galileo (in cui l’autore condanna l’abiura del protagonista) con l’atteggiamento di certi scienziati a lui coevi, che proprio in quegli anni si erano resi indirettamente colpevoli del disastro di Hiroshima, mettendo a disposizione di uomini comuni e della politica di potenza i loro studi sulla scissione dell’atomo. Impossibile non ricordare le osservazioni di Brecht sulla scelta di Robert Oppenheimer e di quei fisici che pur di non cedere alle richieste di un governo dedito alla guerra rinunciarono a incarichi di prestigio certi che “Scoprire qualcosa fosse diventato un’ignominia”».

Argomenti che già nel 1963 sollecitarono il genio di Giorgio Strehler e lo indussero a creare uno spettacolo profondamente significativo e sui quali, attualmente, appare ancora più urgente e opportuna una riflessione.

Brecht ci ha donato un testo presago, turbato dall’intuizione dei disastri che l’uso distorto della scienza avrebbe procurato all’umanità: oggi siamo noi quell’umanità. È nostro il mondo che trema davanti alla pervicacia dell’Iran nell’uso indiscriminato del nucleare, nostro l’incubo della clonazione, nostre le nazioni che – per seguire la logica dell’interesse e del consumo proprie del capitalismo – rischiano la distruzione del pianeta, disattendendo al protocollo di Kioto…

«La scienza e la necessità di rigenerarla secondo un’etica che le offra motivazioni assolute – anticipa ancora Calenda – saranno dunque i temi nodali della nostra lettura, che – rispetto al passato – non svilupperà invece il profilo della critica alla Chiesa: una scelta che apparirebbe anacronistica alla luce del famoso “perdono per Galileo e per le vittime della Santa Inquisizione” chiesto da Papa Wojtila, come pure delle osservazioni dello stesso Brecht, che nelle ultime note suggerisce – per non limitare le potenzialità e il senso del testo – di riconoscere alla Chiesa semplicemente il ruolo di rappresentante dell’“autorità”».

Vita di Galileo percorre la parabola del grande scienziato pisano dal tempo dell’insegnamento a Padova agli ultimi anni vissuti forzatamente in “ritiro” a Firenze, sotto la severa sorveglianza della Santa Inquisizione: un’esistenza densa di entusiasmi, affermazioni, sconfitte, intuizioni… La rivelazione più clamorosa riguarda il Modello Copernicano: non è Galileo ad intuirlo per primo, ma per primo riesce a dimostrarlo scientificamente, grazie proprio all’uso di quel telescopio di cui si era impropriamente attribuito l’invenzione. Le conseguenze di tale dimostrazione sono dirompenti: la Chiesa non è disposta ad abbandonare la teoria tolemaica del geocentrismo, l’Inquisizione processa Galileo e gli pone una scelta fra le più laceranti. Restare fedele a sé stesso, agli allievi, accondiscendere fino in fondo al demone della scienza e ad essa sacrificare la vita, oppure salvarsi, abiurando le teorie rivoluzionarie? Lo scienziato decide per la salvezza. E se nella prima edizione del dramma Brecht sembra scorgere in ciò il tentativo di continuare segretamente a servire la scienza e la ricerca, nelle rielaborazioni successive di Vita di Galileo appare invece sempre più determinato a condannare la codardia con cui il protagonista sottomette la scienza alla politica.

«Non credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana – scrive infatti l’autore nelle sue note all’opera – se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre ed ogni nuova macchina non sarà che fonte di nuove tribolazioni per l’uomo. Un uomo che contravviene a questi principi, che rifiuta la responsabilità delle sue ricerche o addirittura le ritratta abiurando, non può essere tollerato nei ranghi della scienza».

È quindi assolutamente distaccato e critico il ritratto che Brecht ci offre del suo protagonista: un genio assoluto ma anche un uomo fragile, capace di cedere all’istinto, di lasciare da parte quell’adamatina razionalità che lo rende grande… Un ritratto dissonante e coraggioso anche rispetto a quanto la storia e la leggenda ci tramandano su Galileo.

Con la guida esperta e sensibile di Antonio Calenda, Franco Branciaroli ha già affrontato con successo il mistero di un grande eroe negativo: lo shakespeariano Riccardo III. Si prospetta ricco di complessità e sortilegi anche il percorso che sul piano psicologico e interpretativo Calenda suggerirà all’attore per questo Galileo: un eroe moderno, negativo, ma a cui – questa l’ultima speranza che Brecht offre al suo e al nostro futuro – rimane sempre la chances di agire positivamente.

  



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