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Domenica, 27 Aprile : 2008 La Stampa
Vivere male parlando peggio
ALFIO CARUSO
Parliamo male perché viviamo male o viviamo male perché parliamo male? Nello sfogo appassionato del supporter la sconfitta della Sinistra Arcobaleno è stata così spiegata: c'è mancata la capacità di entrismo nelle pieghe più frastagliate della realtà zigzagante. E volevano anche sopravvivere...
Presi in mezzo tra una burocrazia legislativa che ha fatto dell'incomprensibilità il tratto distintivo e la propria forza (in Sicilia vige una legge che a Palermo viene considerata ultimativa contro gli abusivi della Valle dei Templi e ad Agrigento una sorta di condono tombale) e una lingua plasmata dalla televisione, la semplicità delle parole non ci basta più. Nutriamo la costante ossessione di andare oltre, di pronunciare affermazioni che abbiano in sé qualcosa di definitivo. Così abbiamo inventato il supervertice (dimenticando che vertice è già il punto più elevato), la super top model e la classifica dei dieci super top manager (benché top in inglese significhi cima). Non esiste oramai una tragedia che non sia vera, una strage che non sia cruenta, un trionfo che non sia autentico. L'abitudine dell'aggettivo rafforzativo si è talmente radicata da aver creato una nuova scala di valori: l'incidente automobilistico con un morto e tre feriti è stato definito nel tg una strage. La sciagura ferroviaria non presuppone più la presenza di vittime, basta una semplice ammaccatura di lamiere.
Tramonta la buona usanza di rispondere sì o no a una domanda. Peste lo colga chi non premette l'avverbio assolutamente, il quale sta dilagando nell'eloquio giornaliero peggio della rucola nei ristoranti milanesi d'inizio Anni 80. Fanno persino sorridere le battaglie stilistiche condotte da Montanelli contro taluni modi di dire - nella misura in cui, i ragionamenti che potevano stare a monte e a valle - i quali, a suo avviso, ingarbugliavano il corretto uso dell'italiano. Oggi voliamo molto più in basso con la trasformazione dello scontato in traguardo ambito. Dunque l'accordo sull'Alitalia dev'essere alto; il dibattito sulle riforme costituzionali ampio; il prossimo governo funzionante; gli assassini condannati; i corrotti e i corruttori puniti. Eppure ognuna di queste banalità è stata pronunciata con la stessa solenne compostezza usata da Churchill quando nel 1940 promise agli inglesi lacrime, sudore e sangue. A meno che il degrado nel quale sprofondiamo non costringa a ricominciare da zero, smentendo persino la felice intuizione di Troisi: ricomincio da tre.
Siamo circondati da avventurieri del risaputo (Casini: in Parlamento faremo un'opposizione repubblicana) e da esploratori dell'ovvio (Tronchetti Provera: la cordata si farà se i patti saranno chiari e i conti trasparenti). Dietro si muovono gli arditi dell'imperativo esortativo, sempre pronti a ricordarci le basi della convivenza civile: non si guardi in faccia a nessuno; chi ha sbagliato, paghi; si accerti la verità; chi sa, parli. Mentre a loro stessi riservano una prima persona che cerca di mescolare autorevolezza e modestia: non sottovaluterei; non passerei sotto silenzio; non mi crogiolerei.
Nella nostra epoca infelice anche la cultura può arrecare danni e senza fare distinzioni tra il maestro e l'esordiente. I titoli di un capolavoro di García Márquez (Cronaca di una morte annunciata) e di un'azzeccata autobiografia di Marina Lante della Rovere (I miei primi quarant'anni) hanno assunto il ritmo e la frequenza di una persecuzione. Da un quarto di secolo ogni calamità, ogni sventura sono, a posteriori, annunciate. Abbiamo cancellato il Caso, Dio, la Natura nella sicumera che tutto sia prevedibile. Peccato che a noi mai riesca di prevederlo e di scongiurarlo. Da un quarto di secolo non esiste genetliaco che, in pubblico o in privato, non sia preceduto dall'immancabile «primi» alla faccia dei confini anagrafici. Per cui, passi per i primi cinquant'anni di Madonna, ma in televisione sono stati appena festeggiati i primi ottant'anni dell'artista che davanti alla telecamera appariva molto più di là che di qua.
Presi in mezzo tra una burocrazia legislativa che ha fatto dell'incomprensibilità il tratto distintivo e la propria forza (in Sicilia vige una legge che a Palermo viene considerata ultimativa contro gli abusivi della Valle dei Templi e ad Agrigento una sorta di condono tombale) e una lingua plasmata dalla televisione, la semplicità delle parole non ci basta più. Nutriamo la costante ossessione di andare oltre, di pronunciare affermazioni che abbiano in sé qualcosa di definitivo. Così abbiamo inventato il supervertice (dimenticando che vertice è già il punto più elevato), la super top model e la classifica dei dieci super top manager (benché top in inglese significhi cima). Non esiste oramai una tragedia che non sia vera, una strage che non sia cruenta, un trionfo che non sia autentico. L'abitudine dell'aggettivo rafforzativo si è talmente radicata da aver creato una nuova scala di valori: l'incidente automobilistico con un morto e tre feriti è stato definito nel tg una strage. La sciagura ferroviaria non presuppone più la presenza di vittime, basta una semplice ammaccatura di lamiere.
Tramonta la buona usanza di rispondere sì o no a una domanda. Peste lo colga chi non premette l'avverbio assolutamente, il quale sta dilagando nell'eloquio giornaliero peggio della rucola nei ristoranti milanesi d'inizio Anni 80. Fanno persino sorridere le battaglie stilistiche condotte da Montanelli contro taluni modi di dire - nella misura in cui, i ragionamenti che potevano stare a monte e a valle - i quali, a suo avviso, ingarbugliavano il corretto uso dell'italiano. Oggi voliamo molto più in basso con la trasformazione dello scontato in traguardo ambito. Dunque l'accordo sull'Alitalia dev'essere alto; il dibattito sulle riforme costituzionali ampio; il prossimo governo funzionante; gli assassini condannati; i corrotti e i corruttori puniti. Eppure ognuna di queste banalità è stata pronunciata con la stessa solenne compostezza usata da Churchill quando nel 1940 promise agli inglesi lacrime, sudore e sangue. A meno che il degrado nel quale sprofondiamo non costringa a ricominciare da zero, smentendo persino la felice intuizione di Troisi: ricomincio da tre.
Siamo circondati da avventurieri del risaputo (Casini: in Parlamento faremo un'opposizione repubblicana) e da esploratori dell'ovvio (Tronchetti Provera: la cordata si farà se i patti saranno chiari e i conti trasparenti). Dietro si muovono gli arditi dell'imperativo esortativo, sempre pronti a ricordarci le basi della convivenza civile: non si guardi in faccia a nessuno; chi ha sbagliato, paghi; si accerti la verità; chi sa, parli. Mentre a loro stessi riservano una prima persona che cerca di mescolare autorevolezza e modestia: non sottovaluterei; non passerei sotto silenzio; non mi crogiolerei.
Nella nostra epoca infelice anche la cultura può arrecare danni e senza fare distinzioni tra il maestro e l'esordiente. I titoli di un capolavoro di García Márquez (Cronaca di una morte annunciata) e di un'azzeccata autobiografia di Marina Lante della Rovere (I miei primi quarant'anni) hanno assunto il ritmo e la frequenza di una persecuzione. Da un quarto di secolo ogni calamità, ogni sventura sono, a posteriori, annunciate. Abbiamo cancellato il Caso, Dio, la Natura nella sicumera che tutto sia prevedibile. Peccato che a noi mai riesca di prevederlo e di scongiurarlo. Da un quarto di secolo non esiste genetliaco che, in pubblico o in privato, non sia preceduto dall'immancabile «primi» alla faccia dei confini anagrafici. Per cui, passi per i primi cinquant'anni di Madonna, ma in televisione sono stati appena festeggiati i primi ottant'anni dell'artista che davanti alla telecamera appariva molto più di là che di qua.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















