Welfare:
Camera approva ddl, ma Pdci non vota
Camera approva ddl, ma Pdci non vota
di Marco Dell'Omo
ROMA - Dopo il voto di fiducia di mercoledì, la Camera ha approvato il disegno di legge sul welfare al prezzo di un plateale strappo da parte del Pdci. L'assemblea di Montecitorio ha dato il suo via libera al provvedimento che traduce in legge il Protocollo firmato il 23 luglio con le parti sociali, spedendolo all'esame del Senato in un testo ben diverso da quello riscritto in commissione Lavoro e che piaceva alla sinistra: se infatti viene confermata la cancellazione dello 'scalone' della legge Maroni (per cui dal prossimo anno si andrà in pensione non a 60 ma a 58 anni con 35 anni di contributi versati) ritorna invece il limite delle 80 notti per individuare i lavori usuranti (per i quali si continuerà ad andare in pensione a 57 anni) e sparisce il tetto degli 8 mesi per le proroghe dei contratti a termine: due modifiche che accolgono i rilievi della pattuglia dei liberaldemocratici di Lamberto Dini. In aula i sì sono stati 246, i no 172, un deputato si è astenuto. Poco prima, il governo era stato battuto su un ordine del giorno presentato dall'opposizione che chiedeva un maggiore rispetto per il Parlamento: il documento è stato votato anche dai deputati del Pdci e di Rifondazione Comunista, che non hanno digerito il dietrofront sulle modifiche introdotte in commissione e il voto di fiducia che è servito per ridurre la sinistra a più miti consigli. Ma la sorpresa più grossa è arrivata al momento del voto finale, quando i deputati del Pdci sono rimasti immobili al loro posto: solo il segretario Diliberto e il capogruppo Pino Sgobio hanno unito i loro voti a quelli della maggioranza; mentre il presidente dimissionario della commissione Lavoro Gianni Pagliarini avrebbe voluto votare sì ma, come ha spiegato più tardi, il meccanismo si è inceppato ed è risultato anche lui assente; gli altri 13 non hanno volutamente preso parte alla votazione. Il Pdci ha mostrato di voler marcare la propria identità di forza di sinistra anche a costo di irritare i compagni di viaggio della Cosa Rossa. E infatti, nonostante le successive precisazioni della segreteria dei Comunisti italiani, la loro decisione ha provocato un mezzo terremoto a sinistra: il vertice della Cosa rossa, convocato per il pomeriggio, è stato rinviato alla serata, e i leader Giordano, Mussi e Pecoraro hanno subito giudicato come "sleale" la mossa del Pdci. Diliberto ha spiegato che d'ora in poi il suo partito valuterà "caso per caso" come comportarsi sui provvedimenti del governo. "Oggi - ha spiegato - abbiamo dato un segnale politico: siamo leali con la maggioranza ma al contempo esprimiamo un grave disagio". In un'intervista all'Espresso, il leader dei Comunisti italiani è andato ancora più pesante: "Siamo furibondi - ha detto - perché non si è voluta dare una soluzione ragionevole alle legittime esigenze dei lavoratori". Quanto accaduto alla Camera ha riportato il dibattito sulle divisioni nel centrosinistra. Ma Fausto Bertinotti ha gettato acqua sul fuoco, invocando il mantenimento dell'unità a sinistra che, ha detto, "non può subire alcuna alterazione dalle contingenze o da qualsiasi elemento di turbativa, grande o piccolo che sia". Il capogruppo dell'Udeur a Montecitorio Mauro Fabris ha definito "inaccettabile" la scelta del Pdci di non partecipare al voto. "Se si punta allo sfascio progressivo della maggioranza - ha aggiunto - non rimarremo silenti ad aspettare che altri stacchino la spina". I conflitti interni del centrosinistra, ovviamente, piacciono molto all'opposizione: secondo il parlamentare di Forza Italia Maurizio Lupi, lo strappo del Pdci dimostra che "l'implosione della maggioranza prosegue a ritmi superveloci".
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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















