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XX settembre: la fu "festa della ragione" - Re:
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Lunedì, 22 Settembre : 2008  di Gennaro Carotenuto

XX settembre:
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la fu "festa della ragione"


portapia

In Uruguay, il paese che ha dato all’Italia la camicia rossa dei garibaldini e molti martiri alla Repubblica Romana, per circa un secolo il XX settembre è stato una sentita Festa nazionale: la “Festa della ragione”.

Con quella giornata gli illuminati, positivisti e laicissimi dirigenti politici di quel lontano paese celebravano la nostra Breccia di Porta Pia che elevavano a simbolo mondiale, un po’ come il 14 luglio francese è simbolo della fine dell’assolutismo.

Per l’Uruguay il XX settembre simboleggiava il trionfo della ragione dato dalla fine dell’oscurantismo papalino.

Nella legge istitutiva della festa della ragione si commetteva anche un curioso ma significativo errore: erano infatti i garibaldini e non i bersaglieri ad entrare in Roma dalla Breccia di Porta Pia. Un peccato veniale visto il ruolo avuto da Giuseppe Garibaldi nella storia della Repubblica Orientale dell’Uruguay.

A quell’epoca anche l’Italia era uno stato laico dove i cattolici si astenevano dalla vita politica. Ma mentre l’Uruguay è tutt’ora forse lo Stato più rigidamente laico al mondo, molte cose sono cambiate in Italia.

Fu Benito Mussolini ad abolire il XX settembre come Festa nazionale. Oggi è un sindaco post-fascista, Gianni Alemanno, ad oltraggiare i caduti italiani del XX settembre facendo commemorare, elencandoli dal suo vicesindaco, con tanto di fascia tricolore, i caduti papalini e ignorando quelli italiani, evidentemente invasori. E’ un episodio di grande stupidità prima ancora che codino e veteroclericale.

Come ha ricordato Giovanni Sabbatucci sarebbe come commemorare il 4 novembre i caduti austro-ungarici e non quelli italiani. Ci sono pseudo volontà bipartisan in questo, pelose pretese di pacificazioni dove ragioni e torti vengono cancellati in un’Italia dove il Ministro della difesa appena l’8 settembre ha equiparato i repubblichini ai partigiani (e del quale nessuno ha chiesto le dimissioni). Ma soprattutto sembra essersi rotto ancora di più un argine nel quale i simboli della Nazione (la bandiera alla quale viene opposta quella padana, l’inno nazionale sempre criticato, le feste, a partire da quella del 25 aprile oramai sotto scacco) vengono sistematicamente decostruiti, quando non apertamente vilipesi.

Che ciò avvenga soprattutto da parte delle destre (la lega, gli ex-missini) è solo un’apparente contraddizione. Nella vera foia di spazzar via tutti i simboli del Novecento, inteso come lungo Novecento, dall’Unità in qua, a cominciare dai simboli e dalle conquiste del movimento operaio sanciti nella Costituzione, l’uguaglianza come valore e la giustizia sociale come imperativo democratico, l’oblio sul nazionalismo, anche quello radicale fascista, che poi però viene fatto tracimare in altre forme (vedi il “noi e loro” rispetto ai migranti), è un sacrificio accettabile.

In questo senso il dibattito tra l’antifascista Gianfranco Fini, l’a-antifascista Silvio Berlusconi e i non-antifascisti Gianni Alemanno e Ignazio La Russa (e metteteci anche il nazista Mario Borghezio, parte integrante della maggioranza di governo) è un inutile gioco delle parti nel quale le cose importanti, il lavorare di Berlusconi, stanno a monte. A cominciare proprio dal superamento dell’uguaglianza e della giustizia sociale come valori fondativi della Repubblica e nell’archiviazione definitiva della laicità come valore portante dello Stato. In questo senso quello compiuto dalla giunta Alemanno a Porta Pia è un passo in più verso una ricostituzione simbolica del potere temporale dei papi in attesa di una ricostituzione di fatto dello stesso.

Per qualcuno un secolo e mezzo di Unità d’Italia sarebbe un accidente storico, una seconda cattività avignonese, una parentesi nella millenaria storia della Roma papalina. Ci fanno o ci sono?



Ultima modifica di Redazione il 23 Set 2008 08:11, modificato 1 volta in totale 






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Martedì, 23 Settembre : 2008 Massimo Gramellini, La Stampa

Quel che è Stato

    
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Nauseato dal surreale omaggio di Roma ai soldati papalini di Porta Pia, ieri pomeriggio sono uscito a fare due passi e in una piazza di Torino ho incontrato lo Stato. Almeno, credo fosse lui: ormai sono anni che non si fa troppo vedere in giro. Sullo sfondo dei palazzi barocchi si stagliavano centinaia di alpini di ritorno dall’Afghanistan. Un sottosegretario parlava al microfono senza sbrodolarsi eccessivamente in retorica. Dietro le transenne i parenti dei soldati osservavano la scena mescolati agli alpini anziani. È partito l’inno di Mameli e non è che lo cantassero tutti a squarciagola come calciatori: lo mormoravano, per non sporcare la compostezza del quadro. Poi i ragazzi in divisa hanno reso omaggio a una bandiera, gli alpini anziani si sono portati la mano alla fronte, un genitore dietro le transenne ha gridato: «Viva l’Italia» e nessuno lo ha trovato strano né comico. Sembrava di essere precipitati dentro una pagina di De Amicis o sul set di una fiction risorgimentale, ma l’atmosfera era troppo sincera per assomigliare alla tv.

Anche uno come me, che militarista non è mai stato e certo non potrebbe cominciare a esserlo ora con un principio di pancetta, ha percepito per un attimo la presenza di una comunità. Bella o brutta, non so. Ma era la sua. La nostra. Persino in un Paese che non è una nazione, dove il cittadino non ha senso dello Stato e semmai è lo Stato che gli fa senso, può ancora succedere di inciampare in avventure come questa, che ti fanno tornare a casa con la sensazione di essere un po’ meno solo.

  





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